Seabin, il cestino per la spazzatura del mare

Lanciano un campagna di crowdfunding su Indiegogo, raccolgono 267mila dollari, avviano la produzione e installano i primi esemplari nel porto spagnolo di Adriano, in quello di Helsinki in Finlandia e nel porto di Portsmouth in Inghilterra.

Seabin si installa nelle banchine dei porti, nei pressi di pontili e yacht club e fa tutto da solo: è un cestino, contenente una rete di fibra, che galleggia a pelo d’acqua, collegato a una pompa. La pompa aspirando l’acqua nel cestino permette alla rete di trattenere i rifiuti galleggianti.
Ogni Seabin è in grado di raccogliere fino a 1,5 kg al giorno di spazzatura e olio che galleggiano sulla superficie dell’acqua, con una autonomia massima di 12 Kg, raggiunti i quali va svuotato manualmente.
Scrive HdBlog: “Facendo un calcolo ipotetico, ciascun contenitore potrà eliminare più di 20.000 bottiglie oppure il corrispettivo di 83.000 sacchi di plastica durante un anno di utilizzo, un risultato davvero importante per la salvaguardia dell’ambiente.”

Fonti:
http://seabinproject.com/
https://www.hdblog.it/2017/10/12/Seabin-cestino-rifiuti-mare-automatico-porti/
https://www.indiegogo.com/projects/cleaning-the-oceans-one-marina-at-a-time/#/

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6 aprile 2018 – Videoconferenza di Marco Ferrini a Udine

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Viaggio della vita – Incontro a tema con videoconferenza sugli insegnamenti e le opere di Marco Ferrini
 
Venerdì 6 aprile 2018 – ore 20:30
Centro Studi Waira-Aiar
Viale Tricesimo, 181 – UDINE
 
Ingresso libero. E’ gradita la prenotazione.
 
Lo scopo della vita non dovrebbe essere cercare invano di godere di ciò che è effimero. Se ci attacchiamo ad esso ostinandoci a trattenere ciò che inesorabilmente il tempo porta via, rimarremo con un senso di vuoto, di rammarico, di nullità. Persone superficiali nascono e muoiono senza porsi obiettivi evolutivi, ma se davvero vogliamo essere felici dobbiamo realizzare il senso della vita comportandoci secondo un sistema di valori universali, alla luce dell’antica e grande civiltà Indovedica. 

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Musica con la Scalzabanda di Napoli!

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Economia circolare ed Europa

Rinnovabili e tutela ambientale in Europa sono un denominatore comune di tutte le nazioni della UE, alle quali, negli ultimi anni, s’è aggiunta anche l’economia circolare che dovrebbe consentire a un continente povero di risorse e materie prime come il nostro d’innescare nuove economie.

L’economia circolare potrebbe essere la quadratura del cerchio della sostenibilità: i rifiuti diventano risorse e se l’energia usata nei processi è rinnovabile l’impatto ambientale è molto ridotto. E l’Europa sotto a questo profilo potrebbe fare sistema.

Secondo il Centro Studi Intesa Sanpaolo già solo la bioeconomia – settore nel quale le risorse arrivano dalle coltivazioni, che per essere veramente sostenibili non devono essere in competizione con il settore alimentare – vale ora più di duemila miliardi di euro e ha circa 22 milioni di occupati. Non stupisce pertanto che l’Europa guardi con molto interesse a questi ambiti: qualche tempo fa ha varato un pacchetto di misure chiamato “Circular Economy Package” che prevede stanziamenti importanti destinati agli stati membri.

1.150 milioni di euro saranno gestiti direttamente dall’Unione Europea, poi ci sono 5.500 milioni di fondi strutturali per le regioni. Tutto ciò, secondo Bruxelles, oltre a ridurre le emissioni climalteranti di CO2 al 2030, dovrebbe creare un milione di posti di lavoro e il 7% di crescita aggiuntiva del Pil continentale.

Per quanto riguarda l’effetto leva, secondo le stime dell’Unione Europea per ogni euro investito nell’economia circolare al 2025 dovrebbe prodursi un valore di dieci euro; si tratta di un obiettivo che non si potrà conseguire senza le materie prime: i rifiuti.
Ed è anche in questa chiave che vanno analizzati quelli che sono gli obiettivi dell’Unione Europea in merito.
Il riciclo dei rifiuti dovrà essere, per gli Stati Membri, del 65% al 2025 e del 75% al 2030, mentre le percentuali relative ai rifiuti urbani saranno rispettivamente del 60% e del 70% e quelle specifiche per gli imballaggi del 70% e dell’80%.

E si noti che l’Europa parla di riciclo e non di raccolta differenziata, due tematiche che non devono essere confuse.

Attraverso l’obiettivo del ‘riciclo’, infatti, Bruxelles vuole conoscere l’effettiva quantità di materia rimessa in circolo, non quella raccolta. Le istituzioni europee vogliono essere certe che il cerchio dell’economia circolare si chiuda sul serio. Se ci si fermasse solo agli obiettivi della raccolta differenziata, infatti, non avremmo sicurezze su ciò che succede dopo.

L’economia circolare in Europa potrà essere anche un test importante per lo sviluppo di queste dinamiche in tutto il mondo. L’esperimento sull’economia circolare che sta tentando l’Unione Europea, infatti, è quello di mettere a punto un sistema di stimoli economici e di normative che vada bene per realtà molto eterogenee sia sul fronte industriale sia finanziario. I paesi del Nord Europa, per esempio, sono concentrati sull’utilizzo di biomasse provenienti dall’attività forestale, mentre in Centro Europa ci si concentra sulla chimica degli intermedi (composti che si ottengono negli stadi di passaggio verso la sintesi di altri prodotti), e in Italia siamo leader nelle bioplastiche e nel biogas. Far lavorare assieme paesi così diversi sul comune tema dell’economia circolare è una sfida che deve essere vinta; anche perché l’economia circolare ha una base territoriale, ossia è legata alle risorse che derivano dai territori e che nei territori sono consumate e rimesse in circolo. E oltre a ciò c’è anche il problema della simbiosi industriale, ossia del passaggio di metodologie, pratiche e informazioni tra una filiera industriale e un’altra. Tutti elementi che devono lavorare assieme.

Un buon esempio di quanto stiamo dicendo è rappresentato dall’esperienza dell’impresa finlandese/svedese Stora Enso, la seconda azienda al mondo per volumi di produzione della fibra di cellulosa, materia prima per carta e cartone. La loro produzione di fibra di cellulosa ha come scarti, per oltre il 50% della massa legnosa in ingresso – che è d’origine sostenibile e certificata visto che per ogni albero utilizzato se ne piantano altri tre -, zuccheri e lignina (polimero organico del legno costituito perlopiù da composti fenolici[), di solito destinati all’utilizzo energetico tramite incenerimento. Consapevole di questo, a Stoccolma Stora Enso ha messo in piedi una struttura di ricerca composta da circa 40 persone e proprio su questa questione, dopo cinque anni, si è giunti a una soluzione. Da un mese, infatti, l’azienda produce e commercializza un nuovo prodotto che si chiama Lineo e che sostituisce con ottimi risultati i fenoli d’origine fossile usati nella chimica da decenni. In più dovrebbe essere un prodotto molto versatile sotto il profilo industriale, tant’è che l’azienda sta cercando nuove applicazioni. E la lignina, che da scarto è diventata così materia prima, potrebbe trovare molteplici applicazioni visto che i materiali fenolici a base fossile si utilizzano nelle resine per il compensato, per i pannelli a scaglie orientati (OSB), il legno laminato multistrato (LVL), la laminazione di carta e il materiale isolante. Inoltre la lignina ha un impatto sull’ambiente molto ridotto rispetto al fenolo fossile visto che, essendo essiccata, è più semplice da lavorare e da stoccare. Ma non basta. L’azienda oggi sta studiando la possibilità di realizzare la fibra di carbonio combinando la lignina e la cellulosa: verrebbe così smentita la convinzione che dai biomateriali si possano ottenere materiali di bassa qualità. In un futuro prossimo la carrozzeria di una Formula 1, o ancora meglio di una Formula E – quella elettrica -potrebbe essere stata in origine un albero.

Uno dei problemi dell’Unione Europea sull’economia circolare, però, è il fatto di essere ancora troppo legata alla versione 1.0: quella che riguarda i rifiuti. Si tratta di un fenomeno che è legato ad aspetti peculiari del continente europeo.
Il primo è che la gestione dei rifiuti in tutta Europa è ancora troppo legata all’incenerimento che è per antonomasia il contrario dell’economia circolare e che andrebbe adottato solo ed esclusivamente per la frazione finale dei rifiuti. L’Olanda, per fare un esempio possiede 13 inceneritori, nei quali avvia ogni anno 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti, mentre l’Italia ha 45 impianti che trattano 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti, quindi l’Italia avvia a incenerimento 90 chilogrammi pro capite, mentre l’Olanda 260. Ed è una realtà diffusa in Europa visto che gli inceneritori sono 128 in Francia, 80 in Germania, 32 in Svezia e 45 in Italia.
La seconda questione è che ancora si lavora troppo poco sulle filiere industriali e su come incrociarle a livello continentale. In pratica è ancora molto difficile dire a un’azienda finlandese che il proprio scarto industriale è utile come materia prima di lavorazione a un’impresa portoghese. E si tratta di un ruolo che sarebbe utile e necessario e per il quale l’Unione Europea ha già fatto un grande lavoro con il regolamento REACH: attraverso il quale sono state censite oltre 143mila sostanze chimiche usate nella produzione chimica di tutta Europa. Sia la metodologia, sia la base dei dati di REACH potrebbero rappresentare il punto d’inizio per informare le aziende sulle possibilità dell’economia circolare. La posta in gioco è alta. Secondo le stime OCSE al 2030 i soli biomateriali rappresenteranno il 50% del valore in agricoltura, l’80% nella farmaceutica, il 35% nella chimica. Il 2,7% del Pil mondiale.

Fonti:
http://ec.europa.eu/environment/circular-economy/index_en.htm
http://ec.europa.eu/environment/chemicals/reach/reach_en.htm
http://www.storaenso.com/sustainability/stories/choose-the-climate-choose-renewable-materials



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La Perizia Econometrica: strumento necessario per combattere gli abusi bancari

Lo straordinario potere e la spropositata forza economica delle banche conduce il cliente a sentirsi impotente, alla stregua di Davide contro Golia, e ciò, nella quasi totalità dei casi, lo fa desistere dall’attivare qualsiasi tipo di rimostranza o di rivendicazione dei propri diritti, anche nel caso abbia il forte sospetto, se non addirittura la certezza, che l’istituto di credito sia responsabile di abusi o illeciti.
Tutto questo nell’errata convinzione che contro il “Golia” di turno si rimarrà certamente soccombenti, dimenticando, invece, che Davide, nel noto episodio biblico, riuscì ad avere la meglio sul gigante solo con l’utilizzo di una fionda.
Dunque, continuando nella metafora, sarebbe importante sapere, per chiunque abbia un rapporto bancario in essere – o anche estinto, se non è ancora maturata la prescrizione – che oggi questa fionda è offerta loro non solo dalla legislazione vigente, ma soprattutto da come questa normativa è stata applicata dalla giurisprudenza, in particolare negli ultimi tempi.
E per far giurisprudenza, come si dice in gergo, occorrono le sentenze.

È possibile fornire qualche consiglio utile e di carattere generale sul come affrontare, per il correntista, una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui ci si sente stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.
Come più volte ricordato, di fronte al fondato sospetto che gli interessi pattuiti con la banca siano maggiori di quelli normativamente stabiliti è opportuno per il cliente rivolgersi a un professionista serio allo scopo di munirsi di una perizia econometrica nella quale, all’esito di precisi calcoli, venga accertato se, nel caso concreto, si sia o meno in presenza di un contegno illecito da parte dell’istituto di credito.
Per evitare “sorprese” è però fondamentale sapere che alla luce del boom di controversie intentate contro gli istituti bancari molti professionisti o presunti tali, al fine di lucrare il più possibile sulle spalle del malcapitato “presunto usurato”, per svolgere una perizia del genere chiedano dei compensi davvero eccessivi e utilizzino metodologie di difesa sui generis che quasi mai si basano sul ricorso alla magistratura.
Ma il costo della perizia non necessariamente è proporzionale alla professionalità del soggetto a cui ci si è rivolti. Serve cautela anche su questo versante, dunque.
Non mettete la fionda (perizia e consulenza) in mano a uno dei tantissimi “nuovi professionisti del settore” perché questo strumento, se ben utilizzato (con professionalità, esperienza ed etica) nell’ambito del processo può convincere il giudice della bontà delle proprie pretese.
Ma non sempre è così perché in questo nascente e fiorente mercato ci sono player, anche stranieri, che giocano una partita che non massimizza il risultato per il cliente e soprattutto spesso non transita per le aule dei tribunali.
A questo proposito occorre stare ben attenti alle cosiddette “multinazionali delle perizie” che hanno creato, su un bisogno drammatico del cliente (soprattutto piccoli imprenditori in difficoltà economica), una catena di multilevel marketing – cioè un metodo di distribuzione di prodotti e servizi che ha la finalità di permettere a chiunque di diventare un distributore e di creare a sua volta una rete di distributori senza consistenti investimenti in denaro e/o professionalità -, ma soprattutto facendo selezione e reclutamento tra le reti di venditori-piazzisti dei più svariati settori. Con fatturati da capogiro.
Qui non si discute della qualità delle perizie (tra l’altro oggetto di attenzione da parte della magistratura) , ma ciò che ci lascia perplessi sono le tecniche commerciali, gli strumenti di incentivazione delle performance, le metodologie di enfatizzazione dei risultati e di engagement(coinvolgimento), tipiche dei settori dei beni di largo consumo (come quelli bancari).
La disperazione del piccolo imprenditore che non riesce a pagare la rata di mutuo, sebbene largamente diffusa, non è un detersivo.
La tecnica commerciale seguita da queste società di consulenza si basa sul prodotto-civetta della pre-analisi gratuita che è un ossimoro, perché la metodologia di calcolo è la stessa per due prodotti (pre-analisi e perizia) che vogliono invece presentare come “diversi”.
L’unica differenza, e qui sta l’abilità commerciale di queste grandi catene di vendita, è nel creare, per il cliente, “aspettative positive” attraverso una pre-perizia che presenta dati “leggermente ottimistici” sulla base di calcoli che tengono conto di orientamenti giurisprudenziali sicuramente non prevalenti.
Ottenuto il mandato (convincendo il cliente con la pre-perizia gratuita), questi consulenti quasi mai si confrontano poi con perizie svolte da un Ctu (Consulente tecnico di ufficio nominato da un giudice) perché nella stragrande maggioranza dei casi fanno quasi sempre in modo di arrivare a una soluzione extragiudiziale della controversia attraverso una transazione.
La loro strategia prevede infatti che i rapporti bancari possono anche essere negoziati in modo non conflittuale e ottenere vantaggi da una serrata trattativa.
Ci piacerebbe sapere, visto che manca tra i tanti dati che spesso fanno girare nelle loro brochure, anche il numero totale delle controversie giunte a sentenze.
Anche perché su questo assioma (negoziamo e trattiamo quanto dare alla banca, ma non arriviamo al confronto con il Ctu e men che meno alla sentenza) si basa un altro fondamentale asset commerciale che ci lascia quantomeno scettici: queste grandi aziende spesso offrono, nel prezzo-onorario complessivo, anche una polizza assicurativa che copre tutte le eventuali spese di soccombenza a seguito di eventuale sentenza negativa. Sempre che ci arrivassero.

A ogni modo un pacchetto offerto da queste “industrie delle perizie” (preanalisi+perizia+polizza assicurativa) costa mediamente circa 4 mila-4.500 euro, prezzo sicuramente fuori mercato anche perché deve contenere le provvigioni ai venditori-distributori (mediamente circa 500 euro per singolo cliente) della catena.
Un consiglio: per essere più sicuri fate affidamento direttamente a consulenti “indipendenti”, competenti del settore (non ex venditori di enciclopedie o di mutui), che sappiano coniugare un lavoro ben fatto con un prezzo onesto (mediamente 1.500 euro) e che soprattutto credano nella forza della magistratura.

Negli ultimi dieci anni la sensibilità nei confronti delle banche è mutata radicalmente.
Da cultura medievale del vassallaggio bancario, da figura considerata inattaccabile e facente parte dei poteri forti, si è passati a una sensibilità nei confronti del sistema ‘banca’ diametralmente opposta.
Adesso è diventata un soggetto attaccabile, non infallibile e di certo non sacro come lo si era immaginato per decenni.

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