Manuale di autodifesa dalle crypto-valute

Si tratta di una cripto-illusione generata dalla mente di cripto-speculatori esperti e monopolisti del web. Eppure non si parla di altro in giro. Al bar, a tavola con amici, sui social network, ovunque esista un microcosmo sociale, “tutti” si chiedono (e mi chiedono) se conviene investire in moneta virtuale. Ecco il punto che destabilizza: quel “tutti”. In quel pronome indefinito c’è l’imprenditore poco scolarizzato, il pensionato, la casalinga, lo studente al primo anno di Economia, il calciatore. Ma la cosa che mi preoccupa di più è che tra quel “tutti” ci sono anche coloro che hanno subito abusi dalle banche negli ultimi anni: possessori pseudo-ignari di azioni, obbligazioni subordinate, diamanti da investimento, polizze assicurative e derivati che hanno richiesto consulenza in merito dopo avermi affidato il mandato per la difesa dai presunti illeciti e soprusi perpetrati ai loro danni. Siccome le bolle speculative si manifestano quando anche il macellaio sotto casa inizia a parlare di finanza come se fosse una tombola, allora è il caso di far capire perché non investirei un euro in cripto-valute.
Innanzitutto, si tratta di un mercato non regolamentato, cioè un luogo virtuale in cui gli operatori si incontrano al fine di collocare, scambiare o rimborsare valori mobiliari. L’assenza di regolamentazione riguarda il fatto che il funzionamento di tale mercato, i prodotti e gli operatori ammessi non sono assoggettati alla disciplina specifica e alla autorizzazione delle Autorità di Vigilanza in materia di Mercati Regolamentati e non sono iscritti nell’apposito albo. In secondo luogo, si tratta di fenomeni finanziari che si stanno sviluppando senza i necessari protocolli di sicurezza previsti dalla disciplina Mifid per la lotta contro il riciclaggio dei fondi di provenienza illecita. Si sta infatti dirottando su questi mercati virtuali troppo danaro senza i metodici protocolli Kyc (Know your customer) necessari per la identificazione dell’intestatario del rapporto. In sintesi, l’apertura di un cripto-conto che consente di convertire il denaro ordinario in una qualche valuta virtuale non è soggetta ad alcuna procedura di valutazione. Chi, come noi di InMind Consulting, l’ha aperto ai fini della indagine si è reso conto di questa peculiarità sin da subito: una volta che si è caricata una copia della carta di identità unitamente a un proof of address (generalmente il frontespizio del proprio conto corrente) si viene abilitati a operare senza ulteriore discriminazione.

Infine, non è semplice prelevare. Noi per oltre un mese abbiamo tentato di ritirare la somma che avremmo (teoricamente) guadagnato senza riuscirci. Sostanzialmente, il conto in questione non permetteva di prelevare la posta. La risposta diplomatica dell’exchange faceva riferimento a fantomatiche verifiche legali da effettuarsi da parte del Compliance department e che a breve il denaro richiesto in prelievo sarebbe stato inviato. Faccio presente che il conto di trading risulta già verificato da mesi e che non è soggetto ai limiti di prelievo che invece hanno i conti non verificati. In questo caso nulla altro può fare l’investitore se non sperare. Il conto in questione infatti non ha un numero di contatto telefonico, si trova dall’altra parte del mondo e non ha nemmeno una chat di supporto in tempo reale. Permette solo di aprire un ticket in remoto per segnalare una qualche anomalia. Ci abbiamo rinunciato.

Può bastare per consigliare al risparmiatore comune di stare lontano da questa tipologia di investimento che non è assolutamente adatta ed alla portata della maggior parte delle persone visti i requisiti di competenze informatiche necessari e gli elevatissimi rischi connessi alla mancanza di protocolli di sicurezza? Eppure, ripeto, la massa inizia a chiedere. Su queste colonne da anni ormai sosteniamo che l’etica negli affari va sempre più scomparendo e che a farne le spese sono i poveri risparmiatori. Ma, come per tutte le generalizzazioni, occorre stare attenti perché non tutti i risparmiatori sono quei poveri disinformati che si vuole far credere. Se l’etica latita, forse, è anche grazie a queste persone (i risparmiatori) che, sempre alla ricerca dell’affare del secolo, sono talmente ingordi da acquistare prodotti finanziari molto rischiosi (se non palesemente spazzatura) che però promettono rendimenti abnormi. E lo sanno perfettamente. Solo che, spinti dall’ingordigia, si autoconvincono che in fondo il rischio è sostenibile. E quindi comprano. Salvo poi gridare all’inganno se restano spennati.
Il mercato dei prodotti finanziari si comporta esattamente come tutti gli altri mercati: è la domanda che genera l’offerta. Se nessuno si sentisse più furbo degli altri, se nessuno volesse straguadagnare, tempo pochi giorni e le cripto-valute sarebbero un lontano ricordo. Se invece la domanda si fa sempre più importante, l’offerta non può che andarle dietro. E allora: chi è etico e chi no? Chi offre l’impossibile perché è quello che il mercato chiede o chi chiede quello (l’impossibile) che poi il mercato gli offre? Non lo sono entrambe le parti. E non lo sono neppure i consulenti che accettano i mandati da quei risparmiatori che si sono presentati in una situazione disperata perché magari avevano acquistato azioni di Banca Etruria e poi mi chiedono dei Bitcoin. A quelli ho revocato i contratti. Quelle sono liti temerarie.

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Il Teatro Fa Bene: la Web Serie premiata a Hollywood, Miami, Roma

Ogni giorno pubblicheremo una puntata che resterà comunque visibile anche nei giorni successivi. Quindi anche chi arriva in ritardo o salta qualche giorno potrà recuperare le puntate che ha perso.
La Web Serie è stata realizzata dal Gruppo Atlantide con il contributo ideativo, organizzativo e finanziario di Eni Foundation e la partecipazione di Cuamm Medici con l’Africa.
E’ stata premiata nel 2017 come migliore Web Serie non fiction all’HollyWeb Fest di Hollywood, ai Roma Web Awards, al South Florida Web Fest di Miami.
Buona visione!

Clicca qui per vedere le puntate

 

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Boat Ambulance ma anche Bike Ambulance per i Paesi poveri

Una possibile soluzione si chiama Bike-Ambulance, bici-ambulanza, un carrello a due ruote collegato a una bici (o anche a una moto).
Uno dei progetti più interessanti su questo settore è la Zambulance dell’organizzazione Zambikes che dal 2007 lavora soprattutto in Zambia e Uganda.

Qui un video della Zambulance in azione

Altro progetto degno di nota è certamente quello dell’associazione svizzera SolidarMed che in Mozambico distribuisce eBike Ambulance a pedalata assistita per collegare i villaggi ai centri sanitari.

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La Boat Ambulance di Eni Foundation

Cercate nella cartina l’Africa, scorrete fino alla zona sud-occidentale, in Ghana. Scendete fino al mare e al confine con la Costa D’Avorio. Lì c’è il Distretto di Jomoro (Western Region) e la Juan Lagoon, laguna Juan, dove opera la Boat Ambulance costruita da Eni Foundation (e oggi gestita dal Ghana Health Service), un’imbarcazione-ambulanza che fornisce assistenza e informazione sanitaria di base a 4.000 persone sparse nei villaggi della laguna e nel contempo raccoglie dati su malattie, nascite e decessi. Ovviamente funge da ambulanza in caso di emergenza.

L’imbarcazione gira tra i villaggi di pescatori con 6 operatori sanitari a bordo più il pilota. Si tratta di un’opera fondamentale per portare cure e medicine in zone altrimenti abbandonate a se stesse perché distanti ore di cammino dall’ambulatorio più vicino. Sono zone dove non c’è acqua corrente, non c’è elettricità e non ci sono strade asfaltate, a volte non ci sono proprio le strade. Le popolazioni si spostano in barca, bicicletta, i più benestanti in moto.

La barca-ambulanza riesce a muoversi agilmente e velocemente nella laguna e può essere chiamata in caso di emergenza.
In questo modo Eni Foundation fornisce servizi di pianificazione famigliare, di cura prenatale e postnatale, e attività di clinica pediatrica: come pesare e misurare i bambini, valutare eventuali casi di malnutrizione, somministrare vaccini, e svolgere attività di counseling con le madri su temi relativi alla salute dei bambini. Non da meno, gli operatori possono anche diagnosticare e trattare disturbi leggeri, e indirizzare i casi più seri ai centri sanitari più adeguati nella regione.”

In due ore lo staff, 6 operatori sanitari del Ghana Health Service, riescono a visitare anche 25 donne e fino a 60 bambini. In condizioni normali ci sono un’ostetrica, due infermieri specializzati in community health, un addetto alle attività di informazione sanitaria, un addetto al controllo delle malattie e un infermiere specializzato in salute pubblica ma il team cambia a seconda della funzione della barca. Per le emergenze viene mandato il personale ospedaliero più qualificato a seconda della necessità.
La Boat Ambulance, oltre a fornire assistenza sanitaria, riesce anche a fare campagne informative di prevenzione della malaria, del colera, della diarrea e a monitorare il diffondersi delle malattie raccogliendo i dati dai vari villaggi.

Dal sito Eniday: “In certe comunità, per far cadere il cordone ombelicale più rapidamente, si usano le sostanze più disparate, dal dado da brodo all’erba secca, esponendo il bambino al rischio di sepsi.”
In questa zona del Ghana Eni Foundation ha supportato due ospedali costruendo un padiglione prenatale in uno e ristrutturando il 90% dei locali e creando una nuova sala operatoria nell’altro, costruito 8 nuovi CHPS Compounds (sono piccole unità dove il personale sanitario vive e fa informazione e prevenzione sanitaria di base, non c’è un corrispettivo in Italia), ristrutturato e fornito acqua ed elettricità ad altri 10 centri medici (strutture più fornite e organizzate, ad esempio con una sala parto) e donato, oltre alla Boat Ambulance, anche quattro ambulanze 4×4 e 8 motociclette.
“Stimiamo che delle nostre attività beneficino circa 400.000 abitanti dei 3 distretti della regione”, afferma Domenico Noviello, Presidente di Eni Foundation.

L’intervista a Giada Namer

Abbiamo parlato al telefono con Giada Namer, Project Manager Eni Foundation Ghana, la quale ci racconta che da fine 2014 la barca-ambulanza viene gestita direttamente dal sistema sanitario ghanese e oggi, febbraio 2018, è ancora in piena attività.
Domando come si rapportano con la Boat Ambulance le persone dei villaggi e Giada mi dice che ormai la riconoscono e sanno di cosa si tratta.
Ogni tre mesi compie un giro completo dei villaggi della laguna offrendo assistenza sanitaria di base (vaccinazioni, pesa dei neonati, visite mediche) ed è sempre a disposizione per le chiamate di emergenza.
Chiedo a Giada se ci è mai salita personalmente, lei ride. Ha seguito il progetto dall’inizio, dalla costruzione della barca ambulanza con materiali e manodopera locale fino alla sua messa in acqua e al suo utilizzo.
Giada ci racconta che inizialmente hanno dovuto affrontare un problema non da poco: le persone non chiamavano la Boat Ambulance per le emergenze; di qui l’idea di distribuire volantini e scrivere su un muro del porto della laguna tre numeri di telefono e le indicazioni per chiamare in caso di bisogno. Il muro colorato ha fatto breccia nella popolazione e sono arrivate le chiamate per le emergenze.
Ci spiega ancora Giada che il progetto di Eni Foundation in Ghana è stato di ampia portata, è stata raggiunta tutta la popolazione dei tre Distretti di Jomoro, Ellembele e Ahanta West (immaginate le nostre province) tramite campagne di informazione radio; e per promuovere l’igiene hanno scritto canzoncine poi passate nelle radio per farle diventare “virali”.
Oggi l’intervento diretto di Eni Foundation è terminato ma fino al 2021 Eni Ghana assicurerà un continuo monitoraggio della qualità dei servizi sanitari erogati dal Ghana Health Service tramite la barca ambulanza e le altre strutture create da Eni Foundation.

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