Viaggio nel Parco sommerso di Gaiola, a Napoli (VIDEO)

Un’area marina protetta di circa 42 ettari che si estende dal Borgo di Marechiaro alla Baia di Trentaremi. E’ stata istituita nel 2002 per proteggere la biodiversità e i reperti archeologici della zona.
https://www.areamarinaprotettagaiola.it/
Intervista alla Dott.ssa Paola Masucci del Centro Studi “Gaiola” Onlus.

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Il futuro dell’energia eolica in Europa (Infografica)

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Meno plastica, l’acqua pubblica è buona!

Questo il senso della proposta di integrazione della direttiva sull’acqua pubblica che la Commissione Europea ha lanciato lo scorso febbraio e che intende definire nuovi standard qualitativi per l’acqua potabile, ottenere maggiore trasparenza sulle informazioni ai cittadini, armonizzare i metodi di valutazione per facilitarne la comprensione, migliorare le infrastrutture per garantire a più persone l’accesso.

Ci piace parlarne in questo 22 marzo 2018, Giornata mondiale dell’acqua.

L’obiettivo dichiarato dei commissari UE è di ridurre il consumo di acqua in bottiglia, che vede l’Italia tra i principali produttori mondiali, dopo il Messico, e in testa a livello di consumi europei con 243 litri a testa/anno (su una media di 120).

La società Usa Zenith Global stima che il mercato mondiale delle acque in bottiglia corrisponde oggi a 147 miliardi di dollari annui, con una crescita del 9 per cento all’anno.

Non è solo questione di marketing spietato, ma di cambiamenti forti negli stili di vita: oggi si vive e si mangia sempre di più fuori casa. Un altro dato interessante diffuso dalla società di consulenza Usa, BMC, è che nel 2016 per la prima volta gli statunitensi alla ricerca di scelte più “sane” hanno consumato più acque minerali che “soft drink”. E si arriva al paradosso che il costo medio dell’acqua in bottiglia sul territorio mondiale sia di 1,30 dollari al litro, dove la gran parte spesa è nel packaging, nella distribuzione e nella pubblicità. La qualità del contenuto poco importa, purtroppo.

Tanto è vero che da recenti studi dell’Università Statale di New York (sede di Fredonia, riportati da orbmedia.org) qui si trovano ormai micro-particelle di plastica in quantità doppie che nelle tubature pubbliche. Test effettuati con microscopi agli infrarossi (sempre dalla USNY) su 259 bottiglie di undici diverse marche hanno rivelato contaminazioni da polipropilene, nylon and PET (fino a 325 particelle per litro e solo 17 bottiglie ne erano indenni). Un’indagine molto dettagliata è riportata sul Guardian del 15 marzo scorso e si citano senza mezzi termini le marche più a rischio.

L’elenco delle argomentazioni sarebbe infinito, ormai ci sono dati e prove di quanto gli abitanti di questo Pianeta si siano spinti oltre l’indicibile. «Da bambino ho vissuto in Italia – spiega il vicepresidente della Commissione UE, l’olandese Frans Timmermans – e ricordo che a volte si rischiava la salute bevendo acqua del rubinetto. Oggi non è più così, ma nel Paese si è creata una cultura che resiste».

Riteniamo dunque meritorio lo sforzo di questi funzionari europei che vogliono provare a cambiare gli stili di consumo. E invece di decidere d’imporre per legge a bar e ristoranti di servire anche acqua del rubinetto scelgono di agire altrimenti: «Niente obblighi – aggiunge Timmermans – bisogna dare ai cittadini gli strumenti per scegliere».

Una valutazione d’impatto fatta dai tecnici della Commissione stima una possibile riduzione del 17 per cento del consumo di acqua in bottiglia con le integrazioni normative; si avrebbe anche un risparmio di 600 milioni di euro/anno e meno inquinamento da plastica (il testo completo della legge su reteambiente.it).

«Per cambiare, i consumatori devono avere fiducia. E per aumentare la fiducia serve più trasparenza», aggiunge il commissario EU all’Ambiente, il maltese Karmenu Vella.

La nuova direttiva impone, dunque, ai distributori di mettere a disposizione degli utenti più informazioni: sui prezzi (l’acqua pubblica costa in media due millesimi di euro/litro) e sulle qualità, per esempio i preziosi sali minerali di molte acque d’Europa, ricche di sostanze nutritive, come calcio e magnesio.

Il commissario Vella, conclude: «Abbiamo seguito le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità. E i nuovi criteri puntano a ridurre batteri e virus patogeni, le sostanze nocive presenti naturalmente come uranio e le microcistine, la contaminazione da attività industriali che rilascia sostanze chimiche perfluorate e i sottoprodotti da disinfestazione come clorato o il biosfenolo A».

Con i nuovi parametri qualitativi, i rischi potenziali legati al consumo di acqua potabile si ridurrebbero dal 4 all’1 per cento. Almeno la metà di quelli con l’acqua in bottiglia. La nuova normativa – che deve ora essere approvata dal Consiglio e dal Parlamento europeo – punta infine a migliorare l’accessibilità all’acqua potabile. Un problema che non riguarda l’Italia, dove la rete raggiunge il 99 per cento della popolazione, ma che in Europa è ancora sensibile, se è vero che l’11 per cento dei cittadini nei vari Paesi deve ancora fronteggiare la scarsità di acqua potabile. In Romania, per esempio, soltanto il 57 per cento degli abitanti ne ha accesso.

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Pane croccante di semi e di grano saraceno

Quando ero bambina, la mia famiglia aveva una piccola isola dove trascorrevamo le nostre estati. Non c’erano vicini, elettricità o acqua corrente. Sia che brillasse il sole o che piovesse, io e mio fratello ci tuffavamo nel lago, nuotavamo e giocavamo come un paio di trote. Una volta la settimana facevamo una gita in barca per comprare qualcosa da mangiare e poi mia madre faceva fermentare lo yogurt, il viili (una cagliata nordica) e il latticello di burro che tenevamo al fresco in un buco scavato nel terreno. A luglio i mirtilli selvatici e i mirtilli rossi circondavano il nostro cottage, e noi li mangiavamo direttamente dai cespugli. C’era un’isola più grande, vicino a noi, dove a ogni fine estate andavamo a raccogliere secchiate di fragole selvatiche, di lamponi e di funghi.

Raggiunta la pubertà, io e mio fratello ci siamo rifiutati di andare sull’isola. Non era più di moda, e noi non potevamo stare lontano dai nostri amici per tre mesi all’anno. Da adolescenti, vedevamo quella vacanza come una punizione e, durante la nostra ultima permanenza, avevo progettato di fuggire via dopo aver letto il libro di memorie di Henri Charrière, anche chiamato Papillon, che descriveva la sua fuga da una colonia penale della Guiana francese.

Vedendo la nostra resistenza, i miei genitori vendettero la casa estiva quando mio fratello aveva sedici anni e io, quindici. Mi ci sono voluti tre anni per rendermi conto della perdita che era stata. È stato allora che ho iniziato a fantasticare sulla vita in campagna.

Lo scorso dicembre, dopo aver vissuto in condizioni abbastanza primitive per otto mesi, la realtà della mia scelta di vita rustica mi sorprese. Una mattina presto, mentre stavo andando nel seminterrato a mettere della legna nella caldaia, mi sono resa conto che questo è il modo in cui più o meno passerò il resto dei miei giorni. L’idea di salire per le scale, curarmi del giardino, tagliare la legna e spalare la neve era diventata parte del mio essere, ma all’improvviso, mi apparve tutto così ordinario e persino oneroso! Per la prima volta, vidi che la cantina non era un santuario, ma un sotterraneo freddo e umido dove mi sedevo per due ore ogni alba, meditando mentre attizzavo il fuoco dopo ogni 108 ° mantra, e mentre un ragno dalle otto zampe strisciava su di me. Le pareti e il soffitto che avevo imbiancato in primavera erano già sporche di fuliggine. In preda al panico, mi sono chiesta se il fumo e il catrame mi avessero macchiato anche i polmoni. Sarò in grado di far fronte a queste austerità fino alla fine della mia vita? È stato un errore trasferirsi in questa casa di legno?

Ogni novità finisce.

Anche se è umano riporre in modo errato il desiderio di essere soddisfatti nell’ottenimento di oggetti materiali, di una posizione, di relazioni e di conquiste, mi preoccupa il fatto che spesso immagino che diventerò felice mangiando un altro pezzetto di cioccolato o avendo un paio di scarpe; o visitando l’Himalaya, o cambiando la mia visione del mondo, ottenendo una laurea o migliorando in modo significativo l’ultima versione di mio marito (scusami, caro)! Sfortunatamente non succederà perché l’anima che io sono sotto la carne, il sangue, le ossa, la mente e la ragione è pienamente compatibile solo con l’energia spirituale. La materia, per quanto ipnotizzante possa apparire, scorre su una frequenza diversa e temporanea che lascerà sempre l’anima affamata. Per quanto tempo continuerò a confondere queste cose e queste situazioni con la felicità?

La felicità è una sfida perché è una disposizione mentale, un’emozione fluttuante, in cui la sofferenza è momentaneamente assente. Come ogni stato di equilibrio, si capovolge facilmente sotto l’influenza di una forza opposta. La soddisfazione, d’altra parte, viene dal conoscere il sé e la relazione dell’anima con la natura, sia materiale che spirituale. Non è influenzata da circostanze esterne e da fattori temporali, in quanto si tratta di una convinzione profonda centrata sul vero sé e sullo scopo della vita.

Il pane tostato non è una delicatezza gastronomica, come la pizza e le crêpes che offrono una gratificazione istantanea, ma è una necessità che le persone nordiche hanno adottato e mantenuto per sopravvivere sin dal 500 D.C. Essendo un piatto dei poveri, riflette una stagione di raccolto breve e le difficoltà dell’inverno. Per me riassume (rispetto a qualsiasi altro pane) la differenza tra felicità e soddisfazione.

Nelle famiglie originariamente si cuocevano delle sottili fette di pane di farina di segale integrale, con sale e acqua, e le appendevano sotto il tetto. Oggi vengono usati vari cereali e semi.

Ecco le mie due ricette senza glutine:

Pane croccante di semi e di grano saraceno (per circa 15 pani)

Ingredienti per il pane di semi:

250 ml. di semi di girasole

125 ml. semi di zucca verdi

125 ml di semi di sesamo

4 cucchiai di semi di lino

5 cucchiai di semi di chia

1 cucchiaio di semi di finocchio

1 cucchiaio di rosmarino secco

1 cucchiaio di semi di kalonji

1 cucchiaino e mezzo di sale dell’Himalaya

4 cucchiai di burro chiarificato, olio o burro fuso

250 ml di acqua bollente

 

Ingredienti per il pane di grano saraceno:

625 ml. di farina di grano saraceno

2 cucchiai di semi di sesamo

2 cucchiai di semi di chia

1 cucchiaino e mezzo di sale dell’Himalaya

4 cucchiai di burro chiarificato, olio o burro fuso

325 ml. di acqua bollente

Metodo:

Per il pane con i semi, macinate finemente il rosmarino e tutti i semi, eccetto il kalonji. Aggiungere kalonji e sale, e aggiungete il ghi, l’olio o il burro fuso. Versate l’acqua bollente e mescolate bene finche’ il composto diventa omogeneo. Mettete da parte l’impasto per 10 minuti.

Per il pane croccante di grano saraceno mescolate la farina, i semi, il sale e il burro chiarificato, l’olio o il burro fuso. Versate l’acqua bollente e mescolate finche’ l’impasto diventa omogeneo. Mettete da parte l’impasto per 10 minuti.

Preparate delle palline e stendetele nel modo più sottile possibile. È più facile stendere l’impasto se lo mettete tra due fogli di carta da forno.

Cuocete il pane a 175 gradi fino a quando non e’ dorato.

Nota:

Potete variare la quantità dei semi a vostro piacimento e utilizzare altre spezie come il cumino invece di quello che ho suggerito. Aggiungendo più ghi, olio o burro, il pane diventerà più ricco e croccante. Invece dell’acqua, potete usare della panna acida o del latte (non devono essere bollenti).

Grazie.

Laksmi devi dasi

(dal sito purevege.com)

 

 

 

 

 

 

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Il tuo aiuto per salvare le api

È questo il link per accedere, entro il 5 aprile, al questionario messo a punto dalla Commissione Europea per sapere la nostra opinione sulle politiche per la difesa delle api domestiche e selvatiche, e altri impollinatori. Un’occasione unica, che potrebbe cambiare le cose.

L’impollinazione è – come noto – uno dei servizi più importanti forniti dalla natura per la sopravvivenza e il benessere umano, ma anche per la nostra economia. Le sole api selvatiche, composto da oltre 20mila specie, garantiscono l’impollinazione dei fiori da cui dipende il 35% della produzione agricola mondiale, con un valore economico stimato ogni anno di oltre 153 miliardi di euro a livello globale e 22 miliardi di euro in Europa. Quasi il 90% di tutte le piante selvatiche con fiore e oltre l’80% delle piante coltivate dall’industria, infatti, dipendono in vasta misura dall’impollinazione animale: api domestiche e selvatiche, vespe, farfalle, falene, coleotteri, uccelli, pipistrelli e altri vertebrati. Tutti animali, soprattutto le api, in forte declino per diversi fattori: l’inquinamento, il cambiamento climatico, le malattie, ma soprattutto l’uso di antiparassitari in agricoltura.

L’Unione Europea e la sua Politica Agricola Comune (PAC 2014 – 2020) avrebbero quindi ottime ragioni per prendersi cura delle api e degli altri insetti impollinatori, ma questo ancora non avviene come dovrebbe, a giudicare per esempio dal Programma per lo Sviluppo Rurale del secondo pilastro della PAC, che di fatto attribuisce più contributi finanziari agli agricoltori che utilizzano pesticidi rispetto a coloro che praticano l’agricoltura biologica.

Se vuoi partecipare, ma non ti senti abbastanza informato sul tema, il progetto Bee Safe del Wwf, parte della Campagna “Cambia la Terra”, fornisce anche una guida alla compilazione del questionario e le indicazioni per partecipare. Non serve comunque essere esperti, nè avere troppo tempo a disposizione per far capire da che parte stiamo. Ogni contributo è prezioso: la moria delle api in Europa ha segnato una perdita dell’11,9% negli inverni tra il 2015 e il 2016 e le cose non stanno migliorando. Perché un alveare sopravviva, la perdita massima consentita durante l’inverno è del 15% delle api. Paesi con un uso di pesticidi ancora più spinto del nostro, come gli Stati Uniti, hanno perso nello stesso periodo addirittura il 28,1% delle colonie.

Inoltre, il prossimo 22 marzo, la Commissione deciderà nello specifico sul divieto definitivo di alcuni insetticidi neonicotinoidi accusati di essere tra i principali responsabili della moria delle api domestiche e selvatiche, come ha confermato un recente rapporto presentato dall’EFSA (Agenzia Europea per la sicurezza alimentare). Si può dire la nostra – facendo pressione sul governo italiano e sulla Commissione europea nello stesso tempo – anche con una raccolta firme organizzata da Greenpeace a questo link.

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