La Liberazione: il 25 aprile, festa simbolo di unione e libertà, oggi divide

Divisi sul 25 aprile, distanti anche sul significato della festa più simbolica. Non ci sarà l’immagine del Governo gialloverde compatto alle celebrazioni per la Liberazione dall’occupazione del nazifascismo.

Il 25 aprile non è un litigio da operetta tra “fascisti e comunisti”, come qualcuno sprezzantemente si ostina a dire. È la data della sconfitta del nazifascismo, della liberazione dall’oppressione della dittatura, del riscatto di un popolo e dell’emancipazione dei più deboli. È la data che restituisce al nostro paese la libertà. È il momento fondativo della Repubblica italiana, della nostra democrazia, della nostra Costituzione.

Il 25 aprile è una data simbolo perché segnò l’inizio della ritirata dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendersi le città.

Anche se poi la seconda guerra mondiale durò ancora: l’8 maggio si arrenderanno i tedeschi e il 2 settembre, dello stesso anno, lo fecero  i giapponesi.

L’Italia dunque stava vivendo le ultime fasi della seconda guerra mondiale, gli Alleati anglo-americani risalivano dal Meridione mentre nelle regioni del Nord era ancora forte la presenza di truppe naziste e fasciste che controllavano le fabbriche, le università e i palazzi delle Istituzioni. Poi il 24 aprile 1945 gli alleati superarono il Po e il 25 aprile i soldati nazi-fascisti cominciarono a ritirarsi. A Milano era stato proclamato uno sciopero, annunciato alla radio da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica e allora partigiano e membro del CLN Comitato di Liberazione Nazionale: le fabbriche furono occupate e presidiate.

La decisione fu presa dal Governo provvisorio (il primo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del regno d’Italia) che stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere festa nazionale. La data fu poi definitivamente confermata con la legge n. 269 del maggio 1949.

Era la festa che univa, che ridava al Paese la libertà, era la festa della democrazia, e i giornali italiani celebrarono il 25 aprile 1945 come un giorno importante; la maggior parte, non solo l’Unità, l’Avanti! e il Popolo d’Italia, ma anche il Corriere della Sera.

Prima pagina de Il Nuovo Corriere

Altre Fonti:
Corriere.it
LaNuovaProvincia.it

Immagine di copertina: tra i tanti significati che può assumere il Papavero vi è quello di essere il fiore della consolazione, anche a ricordo dei soldati caduti in guerra. Foto di Rebekka D

http://bit.ly/2vj3N1v

Che schifo questo museo!

Zuppa
di pipistrello dall’isola
di Guam, vino al topo dalla Cina, squalo fermentato dall’Islanda, testicoli di toro dagli
Stati Uniti e “Casu Marzu”, il formaggio
con i vermi della nostra
Sardegna.

No, non è il contenuto di una pozione magica preparata da Maga Magò, ma qualcuno dei cibi che si può vedere, annusare e assaggiare – se ce la fate – nel Museo del Cibo Disgustoso, che ha aperto da qualche mese a Malmö, in Svezia.

Tra vasi con odori misteriosi da annusare
e cuochi che cucinano prelibatezze che sembrano venire dal menù di un orco
delle fiabe, in mostra ci sono ottanta
dei cibi più disgustosi al mondo,
raccolti da Samuel West, uno
psicologo, che ha creato un campionario di stranezze culinarie degno degli
stomaci più forti. Lo scopo non è solo ludico: West spiega che il suo museo
vuole incuriosire ma anche mostrare
che spesso il nostro concetto di disgusto è un fatto culturale, e che non è detto che ciò
che ci appare immangiabile sia poi così “schifoso”.

Nel progetto, poi, c’è anche una nota “ambientalista”, perché, spiega
West, una delle idee «è di rendere le persone più aperte, far loro conoscere
anche nuove fonti di proteine più
sostenibili per l’ambiente, ed è una celebrazione delle differenze e delle
somiglianze culturali».

Idea encomiabile, ma la circostanza che
nella zona ristorante ci sia un cartello dove vengono conteggiati i giorni che passano senza che qualche
visitatore vomiti, fa pensare che
abituarsi a certi gusti non sia proprio così facile!

http://bit.ly/2ZB9shx

Timelapse del futuro

Come finirà tutto? Questa esperienza ci porta in un viaggio alla fine del tempo, mille miliardi di anni nel futuro, per scoprire quale sarà il destino ultimo del nostro pianeta e del nostro universo. Partiamo dal 2019 e viaggiamo esponenzialmente attraverso il tempo, assistendo al futuro della Terra, alla morte del Sole, alla fine di tutte le stelle, al decadimento dei protoni, alle galassie zombie, a possibili future civiltà, a buchi neri in esplosione, agli effetti dell’energia oscura, ad universi alternativi, al destino finale del nostro cosmo – giusto per citarne alcuni.

Questa è un’immagine del futuro così come disegnata dalla scienza moderna – un’immagine che si evolverà sicuramente nel tempo mentre scaviamo alla ricerca di più indizi su come la nostra storia si svolgerà. Molta della scienza è piuttosto recente – e nuovi pezzi del puzzle stanno ancora aspettando di essere trovati.

Per me, questa vista dall’alto del tempo dà una prospettiva profonda – che stiamo vivendo dentro il lampo caldo del Big Bang, il momento perfetto per immergersi nelle viste e nei suoni di un universo nei suoi giorni di gloria, prima che tutto si dissolva. Anche se la fine verrà eventualmente, abbiamo praticamente un’infinità di tempo per giocare se giochiamo le nostre carte in modo giusto. ll futuro potrebbe sembrare cupo, ma abbiamo un potenziale enorme come specie.

Video di melodysheep

http://bit.ly/2ZxtN7l

Eco cantine tra arte e sostenibilità

Integrarsi architettonicamente con il territorio, utilizzare tecniche costruttive tradizionali, sfruttare a pieno le risorse e le condizioni naturali locali, avvalersi per gli apporti energetici esterni di fonti rinnovabili: queste le caratteristiche principali per realizzare eco-cantine, sostenibili a 360° non solo a livello architettonico e strutturale, ma anche dal punto di vista produttivo.
Le cantine tradizionali sono degli edifici il cui spesso fabbisogno energetico è molto grande: i macchinari elettrici da mantenere in funzione, i sistemi di raffreddamento dei locali, ne fanno attività altamente energivore.
Tra gli aspetti prioritari da valutare, le eco-cantine devono considerare, oltre ai principali impatti sopra menzionati, anche gli aspetti paesaggistici, proprio perché realizzate in prossimità dei luoghi di produzione dell’uva e quindi in contesti agricoli, spesso anche di importanza paesaggistica e soggetti a tutela.
L’architettura ipogea (dal greco le parole che compongono il termine sono “sotto” e “terra”) rimanda a strutture protette e non facilmente individuabili come la tana del coniglio e le caverne dei nostri antenati primitivi, ed è oggi considerata anche una modalità del costruire che ha ampie ripercussioni (positive) su una migliore integrazione nel paesaggio, ma anche sull’uso attento delle risorse, specialmente quelle energetiche.
La struttura portante di queste cantine è inserita quasi interamente nella terra, fatta eccezione per l’ingresso ed in alcuni casi anche per le finestre della facciata principale. Si sviluppano dunque principalmente verso il basso e dentro la natura stessa, scomparendo in questo modo quasi del tutto alla vista (dissoluzione della forma architettonica) o uniformandosi in modo quasi naturale all’andamento del terreno.
L’inserimento quasi completo nel terreno permette di sfruttare il suo naturale isolamento termico e, non essendoci neppure l’esposizione ai venti, con una struttura ipogea si può risparmiare fino all’80% sui costi energetici rispetto ad un edificio comune. Queste caratteristiche garantiscono che in tutti gli ambienti interni ci sia una temperatura ottimale in ogni stagione: fresco in estate e caldo in inverno.
La cantina Antinori, realizzata nel 2005 a Bargino (San Casciano Val di Pesa) tra Firenze e Siena, nelle dolci colline della campagna toscana, ne è un esempio: la necessità di integrazione qui era rilevante, come era importante mantenere la giusta temperatura per le cantine. “Lo stesso scavo – afferma Marco Casamonti di ARCHEA, la società che l’ha progettata – è derivato dalla necessità di prendere energia dalla terra per raffrescare il vino, che va conservato ad una temperatura di 17-18° costanti, di farlo così in modo naturale, senza sistemi impiantistici, grazie agli spazi voltati”.
La sua struttura è quasi invisibile dall’esterno, l’edificio si rivela attraverso due tagli nella terra: due fenditure orizzontali (segni ispirati dalle opere del pittore e scultore Lucio Fontana) che individuano i terrazzamenti, da sempre caratterizzanti il paesaggio coltivato a viti. Al di sotto di questo tetto giardino si sviluppano tutti gli ambienti di lavoro dell’opificio e gli spazi ricreativi.
Il tetto giardino è stato pensato come un elemento iconico necessario a recuperare la superficie sottratta alla natura e a ridurre il consumo effettivo di suolo; il terreno è stato destinato a vigneto didattico coltivato con la varietà tipica del Chianti, il Sangiovese insieme alle altre che storicamente gli vengono affiancate: il Canaiolo, il Ciliegiolo, il Colorino, la Malvasia nera, il Mammolo.

La sede operativa delle cantine Antinori doveva configurarsi come un edificio multifunzionale, che accogliesse al suo interno gli uffici e gli ambienti di lavoro, ma anche i visitatori esterni, con l’intento di renderli partecipi della storia della famiglia e della produzione vitivinicola. Ed è nato così il progetto della doppia articolazione altimetrica. Da un lato segue il percorso produttivo discendente (per gravità) delle uve – dall’arrivo, ai tini di fermentazione fino alla barriccaia interrata, mentre dall’altro è inverso il percorso del visitatore: di risalita dai parcheggi verso la cantina e i vigneti, attraverso zone produttive ed espositive che vanno dal frantoio, alla vinsanteria, al ristorante, fino al piano che ospita l’auditorium, il museo, la biblioteca, le sale di degustazione e la possibilità di vendita diretta.

Nella cantina gravitazionale dunque la vinificazione si sviluppa “per gravità”, procedendo dall’alto verso il basso per facilitare travasi e spostamenti del prodotto con il minimo consumo di energia e garantire in modo naturale la temperatura ideale per la produzione e la conservazione del vino grazie alle ottimali condizioni termo-igrometriche di questi ambienti più sotterranei. La sala barrique è situata proprio nel cuore della cantina, dove la luce fatica ad entrare e dove il vino matura nelle barriques: una serie di gallerie voltate lunghe 75 metri che custodiscono le preziose botti al loro interno e sulle quali si affacciano le sale di degustazione, volumi in vetro- cristallo e corten (un acciaio particolarmente resistente alla corrosione atmosferica) simili a palchi teatrali da cui si può osservare il lavoro di operai ed enologi.

La facciata dell’edificio è distesa orizzontalmente sul pendio naturale percorso dai filari delle viti che ne costituiscono, con la terra, il sistema di “rivestimento”. Queste finestrature e la successione di corti interne che prendono luce attraverso fori circolari disposti variamente sul vigneto-copertura danno luce agli uffici e alle parti amministrative e direzionali, ubicate al piano superiore e un accorto sistema di canalizzazione della luce arriva a portarla anche ai piani più bassi.

Difatti l’unico spazio vetrato presente è quello affacciato sul vigneto, dove arriva la luce naturale proveniente dalla campagna, tanto da farci domandare come sia possibile non ricorrere all’illuminazione artificiale nei piani ipogei. Tutto ciò è reso possibile grazie alle aperture zenitali, ulteriori fori circolari posti anche nei pavimenti del piano terra convogliano la luce verticale nei piani più bassi. I quasi 50 cerchi, rivestiti in corten sono un richiamo al cerchio rinascimentale dell’homo ad circulum di Leonardo da Vinci oltre che un riferimento alle botti.

I materiali e le tecnologie sono stati scelti in base alla tradizione e condizione locale; tradizione ricercata nell’uso della terracotta e nel calcestruzzo rosso mentre le condizioni climatiche ipogee sono state sfruttate appieno per raffrescare e coibentare la cantina realizzando le condizioni climatiche, di temperatura ed umidità, necessarie e ottimali per la produzione del vino.
Altro materiale ricorrente, come abbiamo visto, è il corten, metallo dal colore rossastro della “terra di Siena” presente in molteplici forme e superfici (rivestimenti, infissi, balaustre, decorazioni), ma soprattutto protagonista assoluto di una scala monumentale che collega i tre piani della struttura.

Un progetto molto bello, con basso impatto nel paesaggio e consumi energetici ridotti rispetto ad una cantina tradizionale, uno dei progetti di innovazione architettonica ed ecologica che sempre più cantine importanti stanno sviluppando in Italia.

Se per molti vale il motto “il vino vale il viaggio”, in certi casi si può aggiungere “anche una visita alla cantina può valerlo”. Le due cose insieme, ovviamente, ancor meglio.

Per maggiori info sulle Cantina Antinori: https://www.antinori.it/it/tenuta/tenute-antinori/antinori-nel-chianti-classico/ e sul progetto: http://www.archea.it/cantina-antinori/

http://bit.ly/2ISSPYA