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Gnosticismo

pubblicato 10 giu 2014, 05:23 da TEMPO diSERVIRE   [ aggiornato in data 12 giu 2014, 03:03 ]

 GNOSTICISMO

Lo gnosticismo nell’antichità

Con il termine "gnosticismo" si designa un gruppo di correnti filosofico-religiose dell’antichità, che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III dell’era cristiana nei maggiori centri culturali dell’area mediterranea, come Roma e Alessandria d’Egitto. In certi casi si tratta di scuole fondate da personaggi noti, come Basilide, Marcione o Valentino — tutti vissuti nel secolo II —, in altri casi di gruppi di cui non si conoscono i fondatori e la cui denominazione deriva da elementi dottrinali: per esempio, gli ofiti attribuiscono un ruolo importante al serpente, in greco ofis; i cainiti si richiamano a Caino, e così via.

Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, di un’intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo studio delle teorie gnostiche erano costituite per lo più da descrizioni e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori cristiani, che scrivono in difesa dell’ortodossia, come sant’Ireneo, vescovo di Lione (sec. II) nell’opera Denuncia e confutazione della pseudo-gnosi.

Il cristianesimo nei primi secoli è minacciato dallo gnosticismo tanto dall’esterno, cioè da movimenti che si pongono dichiaratamente in posizione alternativa a esso, quanto dall’interno, da gruppi che cercavano d’infiltrarsi in ambienti cristiani rifacendosi talvolta a scritti, come i vangeli apocrifi — cioè non riconosciuti nella Chiesa come ispirati —, ritenuti più autorevoli dei vangeli canonici: questi ultimi raccoglierebbero gl’insegnamenti di Gesù alle masse e avrebbero un carattere essoterico, mentre testi come La Sofia di Gesù Cristo o l’Apocrifo di Giovanni conterrebbero una dottrina rivelata da Gesù ad alcuni apostoli o a discepoli e destinata solo a pochi adepti.
 

 



E' appurato che lo gnosticismo non ha origine da una degenerazione del cristianesimo, ma invia ad elementi derivati da varie religioni misteriche, dalle correnti magico-astrologiche dell'Oriente, dall'ermetismo, alla qabbalah e dal giudaismo alessandrino (Aristobulo, Filone), dalle filosofie ellenistiche. Questo insieme dottrinario, tutt'altro che coerente e compatto, ha poi trovato nel cristianesimo il suo punto di approdo. Si suole inoltre distinguere una gnosi volgare (Cerinto, Carpocrate, Simon Mago, Menandro), divisa anche in numerosissime sette (che, non richiamandosi ad alcun caposcuola, vengono dette in generale degli ofiti per il comune culto del serpente, ma anche dei barbelioti, perati, cainiti ecc.), in cui prevalgono le pratiche magiche e gli elementi astrologia Iranico-babilonese; e una gnosi dotta, che ha il suo centro principale ad Alessandria ed ti rappresentata da figure in cui è notevole l'impegno speculativo (Basilide, Valentino, Marcione).

Elemento comune alle varie tendenze gnostiche è l'insistenza sull'elemento «conoscitivo», inteso come illuminazione riservata a pochi iniziati, in virtù della quale essi pervengono alla visione del divino e alla loro personale salvezza; di fronte a questa conoscenza privilegiata, la fede non riveste alcuna importanza. Altro elemento comune è l'esasperato dualismo di spirito e materia, anima e corpo, che produce sia atteggiamenti spiccatamente ascetici sia il rifiuto di ogni legge morale (considerata indifferente e «inferiore» alla gnosi), donde una totale libertà di godimento, in particolare dei piaceri sessuali. Le dottrine gnostiche di maggiore impegno speculativo fanno largo uso del concetto neoplatonico di emanazione.

Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell'Alto Egitto, di un'intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo studio delle teorie gnostiche erano costituite per lo più da descrizioni e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori cristiani, che scrivono in difesa dell'ortodossia, come Ireneo, vescovo di Lione (sec. II) nell'opera Denuncia e confutazione della pseudo-gnosi.

Il cristianesimo nei primi secoli fu attaccato dallo gnosticismo tanto dall'esterno, cioè da movimenti che si ponevano dichiaratamente in posizione alternativa a esso, quanto dall'interno, da gruppi che cercavano d'infiltrarsi in ambienti cristiani con false dottrine rifacendosi talvolta a scritti come i vangeli apocrifi - cioè non riconosciuti dalla Chiesa Cristiana.


2. Dualismo radicale
Un carattere fondamentale dello gnosticismo è il dualismo radicale. Anche nelle Sacre Scritture esiste un dualismo fra Dio creatore da una parte e l'uomo e l'universo dall'altra, ma tanto la creatura quanto il creato corrispondono a un progetto divino e questo conferisce loro dignità: l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e la creazione contiene l'impronta del creatore. Per lo gnosticismo, invece, esiste una differenza abissale fra Dio e la realtà materiale: lo spirito è sostanzialmente estraneo all'universo e il rapporto con il mondo materiale non può contribuire in nessun modo all'elevazione spirituale dell'uomo.

Gli studiosi distinguono due tipi principali di dualismo gnostico: il tipo iranico ammette la contrapposizione di due princìpi in lotta fra di loro e considera il mondo materiale come il dominio di una potenza negativa, mentre la speculazione siriaco-egizia - secondo lo storico delle religioni e filosofo Hans Jonas (1903-1993) - fa "derivare il dualismo stesso, e la conseguente situazione del divino nel sistema di creazione, dall'unica e indivisa fonte dell'essere, per mezzo di una genealogia di stati divini personificati che si evolvono l'uno dall'altro e descrivono il progressivo oscuramento della Luce originaria in categorie di colpa, errore e fallimento. Questa interna "involuzione" divina termina nella decadenza completa dell'alienazione di sé che è questo mondo".

Caratteristica di molti sistemi gnostici è pure la descrizione mitologica dei passaggi intermedi. Tanto ammettendo un processo di degenerazione o di "devoluzione", con la comparsa di uno stato inferiore, quanto la creazione da parte di un essere malvagio, il demiurgo, né la creazione del mondo né l'ordine di natura corrispondono alla volontà dell'Essere Supremo. Le leggi di natura sarebbero dettate dal demiurgo che, orgoglioso del proprio dominio, cerca d'indurre l'uomo a riprodursi, aumentando e prolungando la condizione di alienazione dello spirito nella materia.


3. Dualismo antropologico

All'irriducibilità fra Essere Supremo e natura corrisponde quella fra spirito e materia, e, a livello antropologico, fra anima e corpo. Lo spirito corrisponde a una particella divina, con la vocazione a riunirsi all'Essere Supremo e quindi eterna, mentre il corpo costituisce solo il carcere in cui l'anima è prigioniera o esiliata, ed è destinato a dissolversi nel nulla.

Certi sistemi gnostici inseriscono questa teoria in una visione astrologica, del tutto pagana, basata sulla concezione geocentrica. Per unirsi al corpo lo spirito deve arrivare sulla terra e attraversare una dopo l'altra le sfere dei pianeti. In questa "caduta" nel mondo sublunare, prima di penetrare nel corpo materiale, lo spirito riceve una specie d'involucro, il "corpo astrale", che cresce al passaggio da ogni sfera planetaria. Alla fine lo spirito risulta rivestito, occultato da queste stratificazioni, che sono il presupposto delle corrispondenze cosmiche e delle influenze astrali condizionanti l'esistenza umana.

Nella condizione terrena l'uomo avrebbe dimenticato la sua origine e si troverebbe come in uno stato di ebbrezza, di sonno o di oblio, che lo porterebbe ad assoggettarsi alle leggi demiurgiche della natura e alle influenze cosmiche. Per alcuni sistemi gnostici non tutti gli uomini sarebbero in grado di pervenire alla conoscenza, alla gnosi, e quindi di superare la condizione di alienazione. Secondo il sistema valentiniano, per esempio, gli uomini per nascita sono di tre tipi diversi: gli "spirituali" hanno la possibilità di pervenire alla conoscenza e, una volta arrivati a tale livello, sono al di sopra delle leggi; gli "psichici" hanno bisogno per la loro realizzazione delle leggi e delle dottrine di una religione, mentre gli "ilici" sono incapaci di superare i condizionamenti materiali. Solo con un atto di ricordo o di risveglio l'uomo, o almeno chi ha la necessaria vocazione, può riconoscere la propria natura spirituale e affrontare la via della liberazione progressiva dai condizionamenti subiti al passaggio di ogni sfera. Questo è possibile per mezzo di un processo descritto come ascesa dell'anima, in cui l'adepto, percorrendo a ritroso l'itinerario della caduta, deve affrontare a ogni sfera gli esseri spirituali a essa preposti, gli arconti, e riuscire a passare grazie alle formule e alle parole di passo apprese nell'iniziazione gnostica.

In questo processo l'uomo deve staccarsi anche dagli elementi materiali della propria individualità, riconoscendo che il proprio spirito è solamente una scintilla dell'Essere Supremo e a esso identico, in altri termini di essere egli stesso Dio.

La concezione negativa dell'esistenza terrena e della vita condiziona profondamente anche i rapporti fra i sessi. Il piacere sessuale è visto come una specie di esca con cui il demiurgo induce l'uomo a riprodursi, e così lo gnostico deve astenersi da ogni attività sessuale, oppure evitare di procreare. Effettivamente nei movimenti gnostici si possono osservare tanto un ascetismo radicale quanto il libertinismo, comportamenti opposti ma che presentano un elemento comune: il disprezzo per la vita.


4. Il rifiuto della narrazione biblica

L'identificazione del Dio creatore, benigno e giusto della Bibbia, con il demiurgo, quindi con una figura negativa, maligna e perversa, comporta pure un rovesciamento nella valutazione dei singoli personaggi biblici, il che porta ad aberrazioni come l'idealizzazione di chi ha infranto le leggi del Creatore (ad esempio, Caino).
Il paradiso terrestre diventa una specie di giardino incantato in cui il Dio biblico tiene Adamo ed Eva nell'ignoranza. Nell'Apocrifo di Giovanni, si legge addirittura che Gesù Cristo il Salvatore incita i progenitori a mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, con un'interpretazione che introduce una netta frattura fra il Dio creatore dell'Antico Testamento e il Salvatore che proclama l'emancipazione dalla Legge.

Se alcuni studiosi hanno considerato eccessivo e di parte l'impegno degli apologisti cristiani nel combattere lo gnosticismo e nel considerarlo estraneo al cristianesimo, nonostante le pretese di alcuni gruppi di rappresentarne addirittura la tradizione più autentica, i ritrovamenti di Nag Hammadi confermano le tesi degli apologisti. Ad esempio, uno dei testi ritrovati è La Sofia di Gesù Cristo, in cui viene descritto Cristo che ammaestra alcuni discepoli rispondendo alle loro domande: ebbene, risulta essere trascrizione in forma di dialogo di un testo gnostico più antico, Eugnosto il Beato, forse risalente al primo secolo a.C., quindi conferma l'origine precristiana o almeno non cristiana di temi fondamentali per lo gnosticismo, anche prescindendo dal fatto che contatti secolari con il cristianesimo possono aver portato a una certa cristianizzazione di un gnosticismo originariamente estraneo a esso.


5. Implicazioni sociali

Le teorie gnostiche non sono prive di conseguenze sociali: infatti, se la concezione della realtà terrena come "acosmica", "senza ordine", mette in discussione l'esistenza del diritto naturale, il giudizio negativo sulla vita e sulla procreazione mina le basi stesse della società, della famiglia e della civiltà in genere.


6. Elementi gnostici nel Medioevo e nel mondo moderno

Se la rilevanza dello gnosticismo declina a partire dal secolo IV, dopo il quale per gli studiosi non si può più parlare di gnosticismo in senso vero e proprio, il fenomeno sopravvive anche in quelli successivi, assume nuove forme e raggiunge talvolta dimensioni inquietanti, come con i catari. Scienze pagane come l'alchimia e l'astrologia, nonché la pubblicazione da parte dell'umanista Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1463, del Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica attribuiti a Ermete Trismegisto, contribuiscono alla diffusione di temi gnostici nella cultura rinascimentale.

In epoca contemporanea oltre a movimenti, per lo più elitari, che si richiamano esplicitamente a correnti gnostiche del passato, non sono mancati tentativi d'identificare caratteri gnostici in fenomeni culturali moderni anche molto diversi: dalla mancanza di senso dell'esistenza terrena, come nel caso del nichilismo oppure dell'esistenzialismo, al rifiuto di accettare la realtà naturale con progetti d'interventi radicali, come nel caso delle manipolazioni genetiche.
 

 

 

Che cos' è la Gnosi





" Prima che la falsa aurora spuntasse sulla Terra, coloro che sopravvissero all' uragano e alla tormenta adorarono l' Intimo ed apparvero loro gli araldi della nuova era "

TESTAMENTO DELLA SAGGEZZA ANTICA




La parola Gnosi deriva dal greco "Gnosis" che significa conoscenza, intesa non come una ricerca di meri dati intellettuali, o un’accettazione dogmatica di concetti ed idee astratte, bensì come la sperimentazione personale delle Leggi Cosmiche, attraverso la conoscenza di se stessi.

La Gnosi, è una filosofia perenne ed universale che è sempre esistita. Ricordiamo la scritta sul frontespizio del Tempio di Delfi:

"Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’Universo e gli Dei che in esso dimorano".

L’obiettivo fondamentale della Gnosi del XX secolo, è quello di formare uomini e donne veri.

Questo postulato si basa sul fatto che, nelle attuali condizioni, l’essere umano è pieno di infinite contraddizioni psicologiche.

Lo Gnosticismo è la corrente filosofica e mistica che fornisce il metodo e gli strumenti di lavoro che permettono a tutti gli individui di conoscere se stessi e di sviluppare il potenziale divino che alberga in ogni essere umano.

Ciò è avvenuto nel corso di tutti i secoli e di tutte le età. Dagli antichi Caldei ai Maya agli Egizi, fino ai nostri giorni.

I quattro pilastri che stanno alla base degli studi Gnostici sono:

SCIENZA, ARTE, FILOSOFIA e MISTICA 


Il divorzio fra la scienza e l’arte, tra la filosofia e la mistica, ha provocato l’indebolimento di questa umanità. Non apprezziamo più la poesia della natura, l’armonia che tutto l’universo emana e, pertanto, le relazioni umane sono diventate fredde e superficiali, l’etica è dissociata da ogni evento della vita, dalle ricerche scientifiche agli esperimenti genetici. La filosofia si è ridotta ad una mera speculazione intellettuale e la mistica, spesso si fonda esclusivamente su inconsistenti dogmi.

L’insegnamento gnostico cerca di riscattare i più elevati valori individuali, comprende che la vita si presenta vacua se non persegue la trascendenza, la realizzazione intima dell’Essere, l’unione con la parte divina insita nell’essere umano e nella natura.

Ciò non sarà possibile senza lo sviluppo dell’emozione superiore che umanizza la scienza, sublima l’arte e la filosofia e rende il misticismo vivo ed attuale.

La Gnosi è la poesia della conoscenza, la rosa della filosofia, la luce della scienza, l’eterna primavera mistica.


Il metodo della Scienza gnostica 

è la sperimentazione o conoscenza oggettiva delle cose. L’argomento di studio è l’intero universo, cioè tutto quanto esiste, e che viene conosciuto in modo oggettivo utilizzando lo strumento della meditazione che, tramite il risveglio della coscienza, permette di comprendere ed osservare direttamente le leggi che regolano l’intera creazione ed i fenomeni in generale, al di là del loro aspetto tridimensionale.

La scienza gnostica comprende anche lo studio dell’antropologia, intesa come conoscenza dell’essere umano "Antrophos-uomo, Logos-studio", analizzando i reperti archeologici per ricavare dalla saggezza del passato, i principi psicologici eterni ed immutabili che governano la vita umana. Gli studi gnostici si occupano della cosmogenesi, analizzando l’origine dei mondi e dei soli, sulla base dei processi evolutivi ed involutivi applicabili sia all’infinitamente grande che all’infinitamente piccolo. Anche l’analisi della materia e delle sue possibili manipolazioni, rientra negli studi affrontanti dalla scienza gnostica che considera anche l’aspetto tetradimensionale, cioè l’analisi della quarta dimensione, dal quale scaturiscono spiegazioni e conclusioni in merito a questioni ancora oggi completamente sconosciute alla scienza ufficiale. Un importante cardine affrontato dagli studi gnostici è costituito dall’analisi della fisiologia e della psicologia nei loro cinque aspetti fondamentali, vale a dire: intelletto, movimento, emozione, istinto e sesso su cui si basano tutti i comportamenti umani e dallo scorretto funzionamento dei quali emergono le patologie che tanto affliggono l’umanità; sulla base di queste considerazioni si penetra nello studio della medicina, considerando la cura delle malattie attraverso i principi intelligenti della natura e l’analisi delle varie dimensioni, nonché le diverse cause dell’infermità e la relativa possibilità di modificarle imparando ad utilizzare saggiamente le leggi di azione e conseguenza.



Lo studio gnostico 

dell’Arte 

è inteso come una ricerca della bellezza nelle sue diverse espressioni ed interpretazioni. In tutte le grandi opere della letteratura universale, della pittura, della scultura, della musica, dell’architettura, ecc., è presente la Conoscenza. Pertanto, l’Arte gnostica comprende un’accurata analisi di tutti i reperti dell’antico Egitto, delle civiltà precolombiane, dell’antica Cina, della Roma imperiale, della Grecia, dell’India, ed in genere delle grandi culture del passato, accompagnata da uno studio approfondito dei grandi capolavori di Leonardo, Michelangelo, Dante Alighieri, Virgilio, Omero, Mozart, Beethoven, Wagner e di tutti i geni di ogni epoca.

Senza l’Arte come fedele testimone, la filosofia, la scienza e la religione dei popoli antichi non sarebbero giunte fino a noi. La Gnosi, tramite l’interpretazione del simbolo, fa cadere il velo che ricopre la conoscenza, illuminando le eterne ed immutabili verità cosmiche.




La Filosofia gnostica

 utilizza il metodo dell’introspezione che conduce alla conoscenza diretta. La filosofia perenne ed universale è espressa nel Vedanta e nella profezia degli Ebrei, nel Tao Te Ching come nei dialoghi platonici, tra i sufi persiani e tra i mistici cristiani del Medioevo e del Rinascimento. Questa filosofia ha parlato in tutte le lingue dei cinque continenti, è sempre stata presente in ogni cultura, quale sistema metafisico dei profeti, dei santi e dei saggi di qualsiasi religione. La filosofia perenne ha quattro principi fondamentali:

Una base direttrice intelligente. All’origine di ogni creazione vi sono l’essenza che è il principio attivo e la sostanza o principio passivo, dall’unione dei quali scaturisce il principio neutro. Ciò è stato allegorizzato in tutte le teogonie e può essere riscontrato con esattezza scientifica nella perfezione trinitaria dell’atomo; costituito da protoni, elettroni e neutroni. Ogni concetto filosofico viene supportato da profonde ed irrefutabili conoscenze scientifiche. 
La conoscenza per intuizione. La conoscenza del fenomenico o apparente, può essere raggiunta attraverso i 5 sensi; la conoscenza essenziale, quella del noumeno o causante del fenomeno stesso, può essere penetrata solo con l’intuizione, mediante i sensi interni. All’intuizione bisogna ricorrere quando si studiano i misteri della vita e della morte e le trascendentali leggi divine, per la cui comprensione non è sufficiente l’esclusiva applicazione dei cinque sensi tridimensionali. 
La doppia natura umana. L’essere umano esteriore rappresentato dalla personalità e l’individuo interiore che è l’essere cosmico perenne. Queste doppie nature devono essere profondamente studiate e conosciute per giungere alla fusione dell’unità mediante una completa identificazione con la divinità intima. 
Il fine ultimo dell’essere umano. Il raggiungimento della verità e l’ottenimento della liberazione fino ad arrivare alla conoscenza unitaria mediante la nascita e la condensazione dell’assoluto nel mondo del relativo, è considerato dalla filosofia gnostica il fine ultimo dell’essere umano e l’unico vero scopo della vita. 



La Mistica della gnosi 

ricerca il ricongiungimento, il rilegare l’anima con il Reale Essere interiore, con il divino che abita nelle profondità della psiche umana. Questo implica l’eliminazione dell’ego della psicologia sperimentale mediante l’autoconoscenza. La Gnosi studia la religiosità nel suo aspetto più profondo, al di là delle forme religiose dei vari culti soggetti a cambiamenti relativi all’epoca storica ed al contesto socio-geografico. La mistica è intesa come una profonda e costante ricerca della saggezza e del divino che alberga nell’intimo di ogni individuo e che si riflette nelle prodigiose creazioni della Madre Natura.

 

 

Paradisi e inferni: lo gnosticismo chimico
di Walter Catalano


“L’oppio è la religione dei popoli”: invertendo l’ordine dei fattori nella celeberrima asserzione attribuita a Karl Marx (e che in realtà egli mai enunciò, almeno in questa forma), il prodotto non cambia. L’uso di sostanze psicoattive per estendere e approfondire la comprensione e la conoscenza della realtà o per favorire la percezione e l’enunciazione di ciò che è ipotizzabile intravedere al di là di essa, diventa un culto, una non-religione della modernità, praticata - in una dimensione ormai irreversibilmente secolarizzata - non più dagli sciamani, dai rishi, dai veggenti e dagli iniziati come nel mondo antico, ma soprattutto da rappresentanti del “popolo” assai particolari: gli scrittori, i poeti e gli artisti, depositari – secondo le coordinate forniteci da Max Weber – del beruf - che è vocazione e contemporaneamente professione - della creazione, del genio e della visione e, in nome di questi doni carismatici, di tutta l’autorità che la società borghese conferisce loro.
Limitando quindi il nostro breve percorso al mondo moderno e all’ambito europeo e occidentale, possiamo dire che le relazioni tra mistica, arte e droga, cominciano alla fine del XVIII secolo, e precisamente dopo l’impresa napoleonica in Egitto.
I Francesi non riportano dalla sanguinosa escursione turistica solo stele, mummie e sarcofagi saccheggiati nella Valle dei Re o tappeti e scimitarre strappati agli sconfitti Mamelucchi, ma anche il gusto per l’hashisc e per l’oppio, prodotti consumati da secoli in quella zona. Con il fascino dell’Oriente, di cui il territorio per poco tempo conquistato è solo la porta, si diffondono in Europa tutte le lusinghe di quei paesi esotici: le spezie e le droghe in ogni senso e possibilità.
Francia e Inghilterra sono da principio le nazioni più ricettive e pronte ad accogliere il seducente invito di quelle sostanze venute da lontano e capaci di condurre chi voglia affidarvisi infinitamente più lontano.
Uno dei primi sperimentatori appartiene al gruppo dei poeti metafisici inglesi: si tratta di Samuel Taylor Coleridge (1772/1834). Pare che fino dal 1792 facesse uso regolare di laudano (oppio disciolto in alcool) e che l’intossicazione gli favorisse la comprensione della filosofia idealistica tedesca e la creazione di ardite metafore poetiche. Dopo qualche tempo il medico già gli somministrava venticinque gocce di laudano ogni quattro ore. Poi le gocce salirono a sessanta. Fra i primi occidentali ad interessarsi del pensiero indù e del Vedanta, l’orientalismo e l’oppio gli ispirarono la sua poesia più evocativa: Kubla Khan. Così ci narra Elémire Zolla: “Stava scorrendo in Purchas la descrizione d’un palazzo eretto da Kubla Khan a Xanadu, poi si assopì, per risvegliarsi semicosciente e buttarsi a comporre un duecento o trecento versi senza nessuna fatica… L’estasi inconscia ma attiva fu all’improvviso stroncata, qualcuno suonò alla porta e per un’ora gli parlò d’affari. Quando tornò al manoscritto scoprì che la vena era inaridita”. L’aneddoto è celebre e viene spesso citato a proposito degli apporti forniti alla creazione letteraria dall’esperienza onirica: sul tipo di sonno del tutto particolare del poeta si preferisce spesso tacere.
Se la grandezza poetica di Coleridge non fu certo il prodotto della droga, lo fu invece l’instabilità della sua salute fisica e psichica. Così prosegue Zolla: “Il laudano non gli bastava più, il sonno era diventato molto raro, gli incubi incombevano senza tregua, passò al ‘goccio nero’ di oppio, tanto più intenso del laudano, aggiunse hashisc, bhang e giusquiamo. Il risultato? …Angoscia senza fitte, vacua, tenebrosa e tetra, soffocante, indolente, inerte angoscia”.
Un altro inglese Thomas De Quincey (1785/1859) rese famosa la tossicomania nel suo classico Confessioni di un mangiatore d’oppio, uscito nel 1821. Orfano viene educato in un esclusivo collegio dove apprende alla perfezione greco e latino. Soffocato dall’eccessiva disciplina e dalla monotonia della vita nell’istituto, decide di fuggire a diciassette anni e si dà alla vita randagia per le campagne e poi nelle vie di Londra. Là conosce Ann, una giovanetta di sedici anni che l’indigenza costringe a vivere di prostituzione. Quando un giorno il futuro scrittore crolla svenuto per la fame sul marciapiede, la ragazza lo rianima con un bicchiere di porto comprato in un pub coi suoi ultimi spiccioli. L’idillio fra i due è però di breve durata: De Quincey viene rintracciato dai suoi tutori e, rimesso a nuovo, si iscrive ad Oxford. Aveva promesso ad Ann di tornare da lei dandole un appuntamento ad un cantone a loro familiare, ma – si giustifica – non la trovò più; c’è da credere che non si sia dato troppo da fare per riuscirci.
Un dolore reumatico lo induce a provare l’oppio come rimedio. Nasce un amore assai più costante e intenso di quello vissuto per la piccola Ann. Per otto anni De Quincey vive in paradiso: riesce a moderare il bisogno della sostanza e a contenere le dosi. Il tossico aggiunge solo leggerezza e profondità alla sua vita, ora assai comoda, senza compromettere alcuna facoltà. Ma ecco che un improvviso e persistente dolore allo stomaco lo induce a spezzare il fragile equilibrio dei dosaggi.
Un misterioso Malese, losco e inturbantato, si presenta alla porta del suo cottage di campagna e viene lasciato dormire sul pavimento per una notte. Al mattino, senza una parola, il Malese se ne va lasciando dell’oppio. De Quincey non resiste e sprofonda negli abusi. Le allucinazioni si susseguono, il confine fra sogno e realtà diviene quanto mai sfumato. Per anni lo scrittore indulge nei suoi piaceri proibiti e si abbandona al flusso inarrestabile delle fantasie.
Il Malese ricompare periodicamente, forse fosco fantasma, forse figura reale, come un incubo ricorrente ed ossessivo. Con lui l’Oriente, affascinante e minaccioso, l’India, la Cina, l’Egitto, ricorrono morbosi nei sogni e nelle visioni del geniale drogato. Talvolta la moglie o i figlioletti lo scuotono dalle sue fantasticherie ed egli li abbraccia piangendo. Una più vivida allucinazione lo conduce presso una tomba sconosciuta: seduta presso la lapide riconosce la giovane Ann che non risponde al suo saluto ma lo fissa in silenzio.
De Quincey riuscì in seguito a ridurre le dosi, ma la sua salute restò per sempre irrimediabilmente compromessa. Morì comunque in età più che matura: settantacinque anni.
Non ci dilungheremo eccessivamente sulla figura di Edgar Allan Poe (1809/1849), troppo nota per aver bisogno di qualsiasi presentazione. Oltre agli abusi alcoolici, il grande genio statunitense, fece ricorso all’oppio fino dagli anni dell’Università: in alcuni fra i suoi racconti più riusciti - come Ligeia, La caduta della casa degli Usher, Berenice, William Wilson – sono evidenti gli effetti delle tipiche allucinazioni da oppiacei, l’acuirsi spasmodico delle capacità percettive sensoriali, il potenziamento delle facoltà analitiche e razionali, la sinestesia (cioè la confusione fra percezioni derivate da sensi diversi: il vedere suoni, l’ascoltare odori, ecc.), l’ossessione del doppio o quella claustrofobica della sepoltura in vita, ecc.
Nel 1848, in un clima che vede l’avvento della metapsichica e dello spiritismo e la diaspora mondiale dei medium americani – le sorelle Fox, Daniel Home, i fratelli Davemport – Poe, troppo razionalista per prendere sul serio spiriti e “rivelazioni magnetiche”, scrive Eureka, il suo poema cosmogonico e metafisico in prosa. L’Universo non è che un vortice succhiante – incubo ricorrente poesco – in cui il Creato riconverge vertiginosamente verso l’Unità in Dio. Lo scrittore è allo stremo, la morte della moglie-bambina, l’amatissima Virginia nel 1847, lo ha gettato nella prostrazione: si crede perseguitato; si traveste e cerca di alterare i suoi connotati per non farsi riconoscere; ricerca freneticamente amicizie femminili ed a tutte propone il matrimonio; infine tenta di togliersi la vita ingerendo un’intera bottiglia di laudano. Sopravvive per poco tempo: la sua ultima immagine, il famoso dagherrotipo che lo mostra pallido e scarmigliato, le occhiaie livide, la cravatta storta e male annodata sul collo, fu scattato il giorno dopo il tentato suicidio. Oltre alle alterazioni psichiche l’abuso di tossici gli provoca disturbi al cuore ed un attacco di paralisi facciale.
Nel 1849 improvvisamente, Edgar fa perdere le sue tracce mentre viaggia alla volta di New York. Viene ritrovato morente a Baltimora: durante le elezioni al Congresso ed alla Camera dello Stato, è caduto preda di una banda di mascalzoni in cerca di voti. Allora non esistevano schede elettorali, bastava prestare giuramento, e si facevano spesso ubriacare dei poveri diavoli per portarli a votare successivamente in tutti i seggi della città. Il poeta è una vittima sacrificale di quella democrazia che, da raffinato aristocrate sudista, ha sempre disprezzato.
Conoscenti lo recuperano e lo conducono all’ospedale in condizioni pietose: “chiacchierava e chiacchierava rivolgendosi a persone fantastiche e immaginarie, guardando i muri… Incominciò a chiamare un certo Reynolds, lo chiamò tutta la notte, fino alle tre del mattino di domenica quando spirò”. Reynolds era un esploratore polare ed un propugnatore della teoria della terra cava: a lui Poe si era ispirato per il suo Gordon Pym. In punto di morte lo sfortunato scrittore ritornava ai paesaggi polari, al suo maestro ideale - esploratore e metafisico - alla candida figura liminare, arcangelo e guardiano della soglia, che chiude il suo unico ed enigmatico romanzo.
Fra gli artisti anglofoni, oltre a quelli già citati, provarono l’oppio quasi tutti i romantici: Byron, Shelley, Keats, Dante Gabriel Rossetti, Dickens, Wilkie Collins. La cocaina provocò invece la dissociazione che avrebbe ispirato il caso Jekyll/Hyde a Robert Louis Stevenson ed il delirio raziocinante di Sherlock Holmes al medico, scrittore e spiritista Arthur Conan Doyle.
In Francia nel frattempo Theophile Gautier (1811/1872) provò l’ebbrezza dell’hashisc presso un medico islamizzato e descrisse gli effetti della droga in alcuni articoli. Di lì a poco si formò a Parigi un vero e proprio “club dei mangiatori di hashisc”: i maggiori romantici francesi, oltre a Gautier, da Charles Baudelaire a Victor Hugo, da Alfred de Musset a Honoré de Balzac, da Gerard de Nerval a Honorè Daumier, si dettero convegno in un albergo abbandonato, l’Hotel Pimodan sull’Ile Saint-Louis, per sperimentare il famigerato kief del Vecchio della Montagna.
Anche di Baudelaire (1821/1867) non c’è bisogno di parlare troppo: ammiratore di Poe, suo traduttore in francese ed artefice della fortuna in Europa dello scrittore americano, è anche l’autore di uno dei più grandi classici sulla droga, I paradisi artificiali, saggio in cui vengono scandagliati gli insondabili abissi spalancati dall’uso dell’alcool, dell’hashisc e dell’oppio. L’intenzione dell’opera vorrebbe essere quella di condannare l’uso della droga, ma in realtà la posizione baudelairiana è ambigua: il cantore dei fiori del male è un inguaribile dionisiaco ed un propagandista dell’ebbrezza. Già nei poemi in prosa de Lo spleen di Parigi aveva sostenuto: “Bisogna essere sempre ubriachi. E’ tutto qui; questo è il solo problema. Per non sentire l’orribile fardello del tempo che vi rompe le spalle e vi piega verso terra, bisogna che vi ubriachiate senza tregua. Ma di che ? Di vino, di poesia, di virtù, a piacer vostro. Ma ubriacatevi”.
Non stupisce che Cesare Lombroso abbia coniato per catalogare le complesse personalità di Poe e di Baudelaire, una contraddittoria definizione psichiatrica: “degenerati superiori”.
Meno scapigliato di Baudelaire ma ugualmente attratto dall’altrove assoluto offerto dall’esperienza psichedelica fu Gerard de Nerval (1808/1855), scrittore in cui sogno e realtà, estasi e ossessione si confondono. Racconti come Le figlie del fuoco, La mano stregata, Aurelia e poesie come Le chimere raggiungono gli estremi della fantasmagoria romantica. Lettore di Swedemborg e della filosofia idealistica tedesca, traduttore del Faust di Goethe, sostenitore della metempsicosi e adoratore della Divinità Femminile in tutte le sue forme (da qui l’identificazione fra sé stesso e Apuleio, il grande scrittore latino iniziato ai misteri di Iside), Nerval si interessa di alchimia ed esoterismo, professa dottrine pitagoriche, segue le tracce di Cagliostro, Mesmer, Saint-Germain e degli Illuminati, crede negli Elhoim - i Figli del Fuoco, maledetti e ridotti a vivere in un regno sotterraneo - e viaggia a lungo in Oriente.
Va e viene dalle cliniche psichiatriche sempre in bilico tra follia e lucidità. Nei giorni che precedettero la sua morte fu visto aggirarsi per Parigi, con diciotto gradi sotto zero, senza cappotto. Mangiava nelle bettole prossime ai mercati e dormiva negli alberghi popolari che accoglievano vagabondi e prostitute. La mattina del 26 gennaio 1855 fu trovato impiccato ad un’inferriata in una via sinistra, Rue de la Vielle Lanterne, che in altri tempi si era chiamata Rue de la Tuerie (cioè via del macello o del massacro). Gerard era appeso all’inferriata in modo che i piedi toccassero quasi il suolo – lo si sarebbe detto semplicemente appoggiato al muro – e con un cappello a cilindro in testa. Un corvo ammaestrato svolazzava nei paraggi ripetendo le uniche parole che sapeva: “Ho sete”. Il caso fu archiviato come suicidio, ma non è chiaro come il disgraziato avrebbe potuto impiccarsi serbando il cappello in testa. Oltre al corvo c’era solo una vecchia accanto al cadavere, che naturalmente non aveva visto nulla e che forse gli stava ripulendo le tasche. In una di quelle tasche, spiegazzata e piena di cancellature, si trovò l’ultima pagina del manoscritto della sua ultima opera, l’allucinato racconto Aurelia. L’ultimo appunto lasciato la sera precedente, prima di uscire per la sua ultima passeggiata, ad una parente che lo ospitava diceva: “Non aspettatemi, la notte sarà nera e bianca”.
Un altro scrittore francese dedito alle droghe fu Guy de Maupassant (1850/1893) che scrisse un memorabile saggio sull’etere e che, partito come rigoroso realista legato al Naturalismo francese, finì, poco prima di impazzire, raccontando de L’Horlà, una terrorizzante creatura invisibile che ossessiona il narratore.
Tra i Simbolisti e i Decadenti l’uso di sostanze psicoattive diventa un obbligo e una moda: tutti i maggiori artisti seguono il precetto di Arthur Rimbaud (1854/1891) che aveva teorizzato nella sua Lettera del Veggente “il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi”, e tutti vogliono attenersi al modello esistenziale e artistico che Paul Verlaine (1844/1896) ha delineato parlando del poeta maledetto.
Nel Novecento l’esplorazione dei territori psichici dischiusi dagli stupefacenti si diffonde soprattutto nel corso della Prima Guerra Mondiale e del primo dopoguerra. Saranno soprattutto i movimenti artistici d’avanguardia - Futurismo, Espressionismo, Dadaismo, Surrealismo, ecc. - i maggiori sostenitori dell’esperienza psichedelica. Le pionieristiche attività psiconautiche di queste élite intellettuali verranno replicate in seguito, con impeto massiccio e disordinato, dai beat e dagli hippies negli anni sessanta e settanta.
Il lavacro delle acque corrosive è determinante comunque anche per intellettuali legati ad altri ambiti culturali come ad esempio lo scrittore tedesco Ernst Jünger (1895/1998), uno dei maggiori esponenti della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice. Egli, nel suo romanzo Heliopolis, inventerà un personaggio abbastanza caratteristico, Antonio Peri: “uomo totalmente sedentario... che esplora gli arcipelaghi oltre gli oceani navigabili, servendosi di droghe come veicolo”. Anche a Jünger come al suo personaggio “le droghe... servivano come chiavi per entrare dentro le cavità e le grotte di questo mondo”.
L’avvicinamento è il tema più ricorrente in Jünger, avvicinamento al muro del tempo, a quella linea che va scavalcata ed oltre la quale “il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso”. L’esternazione più sistematica di questa tensione è contenuta in un libro del 1970: Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza. “Shakespeare parla una volta, nel Sogno di una notte di mezza estate, del sonno ‘comune’ che egli distingue da uno stato di più intensa fascinazione, uno stato magico. L’uno porta i sogni, l’altro le visioni e le profezie. Similmente, anche l’ebbrezza provocata dalla droga produce effetti particolari, difficili da definire. Chi ricerca quell’ebbrezza è animato da intenzioni particolari. E chi usa la parola droga in questo senso presuppone un’intesa con l’ascoltatore o con il lettore, intesa che non consente una definizione more geometrico. Egli penetra con loro in una zona di confine”.
In una lettera ad Albert Hofmann, il chimico svizzero che sintetizzò la dietilamide dell’acido lisergico, il potente ed arcinoto LSD, Jünger precisa: “Le incrinature non sono solamente punti di esplorazione, ma anche di distruzione. Paragonati agli effetti delle radiazioni, quelli delle sostanze magiche sono più genuini e molto meno violenti. Ci conducono in maniera esemplare oltre l’uomo. In un certo senso Gurdjieff lo ha già intuito. Il vino ha già cambiato molto, ha portato con sé nuove divinità e una nuova umanità. Ma rispetto alle nuove sostanze è come la fisica classica rispetto alla fisica moderna. Queste cose dovrebbero essere sperimentate solo in ambienti circoscritti. Non sono d’accordo con le idee di Huxley, secondo cui le masse dovrebbero avere l’opportunità di conoscere la dimensione trascendentale”.
Aldous Huxley (1894/1963) aveva teorizzato la crescita spirituale dell’umanità per mezzo degli allucinogeni - l’ineffabile “medicina moksha”, fondamento del suo classico saggio sull’argomento Le porte della percezione, del seguito Paradiso e Inferno o del suo ultimo romanzo L’Isola – ma si sarebbe decisamente ricreduto se avesse potuto constatare gli effetti della diffusione massificata degli psichedelici nella seconda metà degli anni sessanta. Dopo la cosiddetta “summer of love” del 1967, dopo l’ingresso trionfale degli stati alterati di coscienza nell’immaginario giovanile e nel pubblico mercato, dopo le speculazioni astutamente orchestrate da personaggi fortemente ambigui e ciarlataneschi come Timothy Leary e gran parte degli esponenti della Beat Generation, dopo la rapida combustione di quell’effimero carnevale, le “brecce nel muro” care ad Huxley sono diventate solo un prolungamento del muro stesso. Il mondo della tecnica e del consumo è incapace di trascendere un uso impropriamente ludico e ‘pirotecnico’ di sostanze selezionate in funzione di un’altra sfera: un mondo che ha ucciso il rito e l’otium resta facile preda del tossico.
Sempre più emblematica per antitesi è ancora la figura jungeriana di Antonio Peri che “non viaggiava per evadere nell’ignoto, ma come un geografo” e che, una volta mortalmente ustionato, “tra le sofferenze rifiuta la morfina. Ciò che lo aveva spinto a muoversi non era il piacere e neanche l’avventura. La curiosità certamente, ma una curiosità che era andata sublimandosi, finché egli non giunse davanti alla porta giusta. Di fronte ad essa non c’è bisogno di chiavi; si apre da sola”. Huxley, dal canto suo, preferì un’altra soluzione; in punto di morte richiese un’ultima iniezione alla moglie: “LSD - provalo intramuscolare - 100 mmg”.
La relazione sacrale, magica fra il qui e ora e l’altrove, fra l’attuale e - termine così caro a Jünger - das Eintretende, “ciò che sopraggiunge”, che l’ebbrezza induce in gradi diversi a seconda della sostanza e della dose ma inequivocabilmente, è colta con precisione dall’autore, in grande sintonia rispetto ad altri psiconauti del Novecento che sembrano tutti perfettamente concordi su questo punto. “L’evocazione era compresa nel medioevo nel numero dei crimini capitali. Le apparizioni erano più degne di fede di quanto non lo siano oggi. Per Faust... la preoccupazione è solo che l’evocazione riesca. Scrupoli religiosi o morali non lo tormentano più. In modo del tutto analogo, nel nostro tempo l’uomo spirituale e amico delle muse si chiede che cosa possa offrire la droga. In fondo, per lui non può trattarsi dell’incremento motorio delle sue forze, né della felicità o dell’assenza di dolore. Non si tratta nemmeno di un modo per acuire ed affinare le capacità percettive, quanto piuttosto, come nel gabinetto di Faust, di ‘qualcosa che sopraggiunge’.... Un tempo non si avevano dubbi sul fatto che nell’evocazione, ottenuta grazie all’ascesi o grazie ad altri mezzi, sopraggiungesse qualcosa di estraneo... Decidere se ciò che sopraggiunge venga dall’esterno o dall’interno, se abbia quindi origine nell’universo o nel profondo di se stessi, è però una questione soltanto formale”.
Si confronti il passo con il seguente di Henri Michaux (1899/1984) - scrittore legato all’ambiente dei Surrealisti e grande sperimentatore di allucinogeni - : “All’indiano bastava pronunciare il nome del dio che adorava, perchè, comandato dalla parola, questi gli apparisse. Quello che si impara dalla demonologia sembra ormai rendersi chiaro, e cioè che il nome è tutto. Verificato qui. Il demonio, una volta chiamato, apparirà, anche se non esiste, a chi ha commesso l’imprudenza o l’audacia di pronunciare il nome suo, trovandosi in stato secondo (sia che la trance venga dall’esaltazione per via di fede, o attraverso la danza, e che, più semplicemente, come accadeva nel mondo intero e secondo il rituale, si sia prima masticato qualche foglia di datura o le estremità fiorite della canapa indiana). Quanto all’occidentale del giorno d’oggi, che da tanto tempo non crede negli dei, e che sarebbe incapace d’immaginare una forma in cui essi potessero apparirgli, ciò che la mente coglie, il solo dio che ancora percepisca e che sarebbe vano adorare, è l’infinita relatività... In mancanza di dei: Pullulazione e Tempo”.
Ma lo stesso Michaux, in un’esperienza successiva, testimonia: “HO VISTO LE MIGLIAIA DI DEI. Ho ricevuto il dono stupefacente. A me senza fede (senza sapere la fede che potevo forse avere), essi sono apparsi. Erano lì, presenti, più presenti di qualsiasi cosa od essere abbia io mai guardato. Era impossibile, lo sapevo bene, eppure. Eppure essi erano lì, schierati a centinaia, gli uni appresso agli altri (ma migliaia d’altri appena percettibili seguivano, ben più che migliaia, un’infinità). Erano lì. quelle persone calme, nobili, tenute sospese nell’aria da una levitazione che pareva naturale, leggerissimamente mobili o piuttosto animati, ma sul posto. Loro, le persone divine, e io, soli, al cospetto. Immerso in una specie di riconoscenza, appartenevo loro. Ma insomma, qualcuno potrà dirmi, che credevo? Rispondo: Che bisogno avevo di credere, VISTO CHE ERANO LI’?”.
Anche lo spirito dionisiaco e sregolato di Antonin Artaud (1896/1948) - altro scrittore, regista e attore surrealista - sembra confermare un’impostazione analoga. Artaud lascia improvvisamente Parigi per i deserti del Messico settentrionale, visita gli indiani Tarahumara dove sperimenta il peyote, un cactus che contiene la psilocibina, un potente alcaloide. Al ritorno dall’esperienza Artaud, già appassionato cultore di tarocchi, di magia e di esoterismo, ha una crisi mistica e dopo un misterioso viaggio in Irlanda impazzisce; verrà rinchiuso per quasi dieci anni in manicomio. Anch’egli scrive: “Col Peyotl succede come con tutto ciò che è umano. E’ un principio magnetico e alchemico meraviglioso a patto di saperlo prendere, cioè nelle dosi volute e secondo la gradazione voluta. E soprattutto di non prenderne a contrattempo e a sproposito. Se, dopo aver preso il Peyotl, gli Indi diventano come pazzi, vuol dire che ne abusano fino a raggiungere quel punto d’ebbrezza disordinata in cui l’anima non è più sottomessa a niente...Superare il necessario è SACCHEGGIARE l’azione. Dio, dicono le tradizioni sacerdotali tarahumara, scompare immediatamente quando se ne abusa e in sua vece viene lo Spirito Maligno”.
A questi stessi percorsi potremmo ricondurre anche gli esperimenti di René Daumal, seguace di Gurdjieff ed autore di due grandi romanzi iniziatici: La gran bevuta e Il Monte Analogo. Fondatore del gruppo esoterico e letterario del Grand Jeu, che proclamava una rivoluzione/iniziazione, farà numerose esperienze con gli stati di “mort-dans-la-vie” sotto l’influenza del tetracloruro di carbonio descritti in L’Asphixie ou l’expérience de l’absurde e in Une expérience fondamentale; inoltre abuserà di alcool e di oppiacei finché l’influsso della scuola di Gurdjieff non lo ricondurrà ad un uso più continente delle proprie energie.
La tossicomania si rivela fra gli intellettuali del Novecento, sintomo di un disagio, proditoria riappropriazione di un orizzonte negato, tentativo di cura di una malattia più grave: come scrisse Jean Cocteau (1889/1963) nel minuzioso diario della sua faticosa disintossicazione, Oppio, “Non sono un disintossicato fiero del suo sforzo. Ho vergogna di essere escluso da quel mondo in cui la salute rassomiglia all’ignobile film del ministro che inaugura la statua”.
Se il poeta espressionista tedesco Gottfried Benn (1888/1956) in Provozierties Leben giungeva ad esclamare: “Dio è una sostanza, una droga!”, il filosofo Walter Benjamin (1892/1940), nei suoi appunti raccolti e pubblicati dopo la morte sotto il titolo di Sull’hascish, accennava, meno iperbolicamente, ad un “ambiguo ammiccare del nirvana” ed alla convinzione di venire accolto “nella comunità degli iniziati, le cui testimonianze, dai Paradisi artificiali di Baudelaire fino al Lupo della steppa di Hesse, mi erano tutte note... Ho la sensazione di capire molto meglio Poe... Meno uomo, più Daimon e Pathos in questa ebbrezza...”. Il senso di tali destini e la direzione dell’avvicinamento si mostrano, tra ombre e luci, nell’identica ricerca di un’apertura, di una breccia.
Come scrisse Julius Evola – altro personaggio che con tutte le sue ambiguità e sgradevolezze ha teorizzato e praticato l’uso delle acque corrosive - in un suo saggio per il magico “Gruppo di Ur”: “Il veleno, il tossico… fulmina, uccide, senza ritmo: con atto diretto. Stacca. Taglia. E’ il morso della vipera”.
Ancora Jünger ci racconta un viaggio psichico che sconfina nel paranormale. Sono in tre, lo scrittore, un orientalista ed il chimico Albert Hofmann, usano funghi magici contenenti mescalina: “Agli altri non era andata meglio. ‘Che bello essere di nuovo tra uomini’. Così Albert Hofmann, che aveva attraversato infinite città dell’antico Messico… alla ricerca labirintica dell’uomo attraverso un mondo di geometrica bellezza… L’orientalista invece era stato a Samarcanda… Lì era rimasto a lungo davanti a una delle piramidi di teschi costruite per lo spavento dei popoli, e aveva trovato nella massa di teste mozzate anche la propria. Era incrostata di pietre preziose. Il farmacologo rimase come fulminato, quando l’udì: ‘Adesso so perché stavate seduto senza testa in poltrona – mi ero meravigliato; non posso essermi sbagliato’. Mi domando se non dovrei evitare di parlare di questo dettaglio, dato che sfiora i requisiti delle storie di fantasmi”.
Altri resoconti di esperienze psichedeliche novecentesche infine furono quello di Piotr Demianovic Ouspensky, il maggiore discepolo di Gurdjieff, in un capitolo, intitolato significativamente Metafisica sperimentale, del suo libro Un nuovo modello dell’universo; il racconto Morfina di Bulgakov; il Romanzo con cocaina di Ageev (forse pseudonimo sotto il quale si nascondeva Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita); il classico della beat generation Il pasto nudo di William Burroughs (romanzo da cui David Cronemberg ha tratto l’omonimo film) e la corrispondenza di Burroughs con il poeta beat Allen Ginsberg sullo yage, allucinogeno contenuto in una liana amazzonica capace di produrre fenomeni telepatici; gli scritti fin troppo noti di Timothy Leary o di Terence Mckenna; il discutibile saggio di Gordon Wasson sull’identità fra Amanita muscaria e soma vedico e quello ugualmente discutibile di Albert Hofmann sul kykeon, la misteriosa bevanda dei Misteri Eleusini; i libri di Carlos Castaneda e di Michael Harner, il cui percorso parallelo dall’antropologia seria al ridicolo ma remunerativo new age è assai emblematico.
Questo tortuoso e necessariamente affrettato percorso attraverso la cultura della droga ci riporta alle nostre premesse: alla non-religione più praticata nella modernità, al culto e ai riti che inducono l’esperienza mistica spontanea – selvaggia, come la definisce Michel Hulin nel suo studio fondamentale Misticismo selvaggio: l’esperienza spontanea dell’estasi. Mistica selvaggia, cioè anarchica, non legata a pratiche devozionali secondo una qualche confessione, ma ottenuta per via soprattutto anche se non esclusivamente chimica. La mistica selvaggia si identifica con il sentimento oceanico, come lo chiamava Romanin Rolland, e con l’esperienza estatica psichedelica ed i disordini psichici connessi come li hanno descritti e analizzati William James o Georges Bataille e condivisi tutti gli autori che abbiamo ricordato: l’estasi mistica e la psicopatologia hanno notevoli punti di contatto ma è l’essenza della beatitudine, della gioia che le separa nettamente. La gioia dell’esperienza estatica consiste nella deposizione di un fardello: quello della dualità, della discriminazione fra “buono e cattivo per me”. In Oriente come in Occidente si parla a questo proposito di Pace, di Liberazione dalla schiavitù dell’incarnazione. All’identica frattura della dicotomia fra piacevole e spiacevole vertono anche le pratiche di austerità e di ascesi presenti in tutte le tradizioni religiose: lo smascheramento del carattere reattivo del dolore e del disgusto. Un’unica vertigine scuote Santa Teresa di Lisieux ed Aleister Crowley.
Per concludere non ci resta che citare ancora il chimico che ha sintetizzato l’LSD, Albert Hofmann, la sua opinione in merito ci pare significativa: “L’universo è infinito, ma è l’uomo con il suo sguardo che lo restringe o lo allarga. La differenza tra gli uomini è qui: ci sono approcci - idee, comportamenti - che restringono il campo visuale, altri che lo allargano”.

 


Gnosticismo


Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe nel II e III secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza», e si riferisce all'idea di una sorta di insegnamento segreto riservato da Gesù solo a pochi dei suoi discepoli e impartito nel periodo tra la Resurrezione e l'Ascensione, periodo considerato dagli gnostici ben più esteso dei canonici quaranta giorni. Tale insegnamento, parallelamente alla dottrina della Chiesa, fondata sulla predicazione pubblica del Cristo, venne tramandato per via occulta a beneficio di pochi eletti.




Origini

Secondo gli antichi scrittori cristiani, e in alcuni studiosi (Festugière, Langerbeck) che ne accentuano la camponente ellenista, la gnosi sarebbe un'eresia sviluppatasi in seno al cristianesimo, ma più realisticamente la gnosi è una religione a sé stante, anche se di carattere sincretistico, dove si fondono caratteri orientali, greci, ebraici e cristiani. Ancora non è completamente chiaro se la nascita dello gnosticismo affondi le sue radici in correnti filosofiche pre-cristiane (Schmithals, Rudolph, Schenke), tuttavia nel Colloquio sullo gnosticismo svoltosi a Messina (1966), si è proposto di distinguere lo gnosticismo vero e proprio, tutte le sette non anteriori al II secolo d.C. con una ben definita dottrina, culto e letturatura.

I concetti gnostici vanno considerati originari del mondo pagano e passati al cristianesimo gnostico, in armonia con la ben documentata tendenza dello gnosticismo al sincretismo di varie credenze religiose.

La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma, tra il I e il IV secolo d.C.. Un particolare impulso ebbe negli ultimi secoli in Siria ed in Egitto, grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti ascetiche.

Lo Gnosticismo e le comunità gnostiche sono esistiti fin dai tempi antichi. Il vero e proprio inizio e le radici dello Gnosticismo rimangono però sconosciuti,gli studiosi indicano tanto l'Estremo Oriente quanto il passato Ellenico. Ad ogni modo lo Gnosticismo ebbe la sua esposizione più nota nei primi secoli d.C. con prominenti insegnanti Gnostici come Valentino e Basilide. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo Gnosticismo non svanì senza lasciar traccia.

Le idee Gnostiche continuarono a venire in superficie a intervalli regolari, come dimostra l'apparizione di movimenti quali i Catari (Francia) e i Bogomili (930 d.C., Bulgaria). Lo Gnosticismo non sparì mai ma continuò ad esistere clandestinamente e sotto mentite spoglie per paura dell'inquisizione. Solo nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo qualcuno ricominciò a dichiarare apertamente la propria visione gnostica e a fondare organizzazioni per diffondere il proprio messaggio e per offrire servizi a coloro che ne erano attratti.


Dottrina
In realtà si tratta di convinzioni che si differenziano spesso tra le varie sette, in diverse sfumature. Tuttavia è possibile tracciare alcune linee guida del pensiero gnostico, generalmente accettate. La dottrina, secondo gli gnostici, venne rivelata direttamente da Cristo ad una ristretta cerchia di iniziati, escludendo così la gerarchia della Chiesa. Inoltre, aspetto fondamentale, essa doveva giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio dei testi canonici.

Gli gnostici elaborarono una complessa cosmogonia al fine di spiegare l'origine del mondo materiale. Secondo questa un Dio unico e inconoscibile (l'Eone eterno e perfetto) ha emanato alcune coppie di entità divine minori (note come Eoni), che si generavano gli uni dagli altri e si estendevano all'infinito a formare tutte insieme il Pleroma (ovvero la pienezza del divino). L'ultima di esse, però,Sophìa per la sua brama di conoscere l'inconoscibile Dio, nella sua vanità sfrenata, attirò su di sé la punizione di Dio, che la scacciò dal Pleroma. Esiliata dalla sua patria celeste, Sophìa emanò una serie di eoni inferiori (detti Arconti), tra cui il Demiurgo (Jaldabaoth), indentificato con Yahweh, il Dio vendicativo dell' Antico Testamento, in contrasto con il Dio Buono del Nuovo Testamento: questa corrente del pensiero gnostico era detta dualistica e rappresenta un punto fondamentale dello gnosticismo. Questa potenza inferiore, ignorante del mondo superiore perfetto, fu la responsabile della creazione del mondo materiale, del cosmo e dell'uomo. Tuttavia le potenze superiori, commosse dal pianto di pentimento di Sophìa, le concessero di ascendere fino ai margini del mondo della Luce.

Questa complessa visione porta alla considerazione della realtà umana, vincolata all'imperfetto mondo materiale, ma nella quale è imprigionata l'anima (una particella della Luce o Pneuma), che può essere in grado di sfuggire al giogo del Demiurgo. Ma gli uomini non sono consci di possedere in sé una scintilla divina, perciò fu inviato sulla terra l'eone Cristo, affinché potesse svelare agli iniziati questa verità. Tuttavia l'eone Cristo non si incarnò in Gesù, ma fece in modo che gli uomini percepissero la sua illusoria realtà umana come reale (docetismo).

Lo gnosticismo contempla tre diverse categorie di uomini:

gli pneumatici (dal greco pneuma, spirito) o spirituali, coloro che possedendo lo spirito divino e quindi la conoscenza (o gnosi), e sono predestinati alla salvezza; 
gli psichici (da psyché, anima), uomini dotati di anima razionale ed in grado di esercitare il libero arbitrio scegliendo tra il bene e il male; 
gli ilici (da hyle, terra) o coici (da chous, materia), uomini materiali destinati alla dannazione. 

Gnosticismo e cristianesimo


In generale gli gnostici tendevano ad identificare il Dio veterotestamentario con la potenza inferiore del Demiurgo, mentre il Dio neotestamentario con l'Eone perfetto ed eterno, il generatore dell'eone Gesù. Dalla concezione docetica insita nello gnosticismo deriva poi il rifiuto della morte in croce e resurrezione del Cristo (e quindi dei corpi): Egli non sarebbe morto crocifisso, ma sarebbe ritornato direttamente al suo mondo superiore. Tutte queste convinzioni contrastavano fortemente con l'ortodossia del cattolicesimo che andava formandosi in quei primi secoli. Fu quindi inevitabile che le dottrine gnostiche, che in un primo tempo si erano diffuse anche all'interno della Chiesa, incontrassero l'opposizione delle comunità cristiane e fossero considerate come eretiche. Ciò portò il movimento gnostico ad un rapido declino, anche se alcuni aspetti dello gnosticismo (come l'aspetto ascetico) divennero parte integrante del patrimonio della Chiesa Cristiana, anche se principalmente in medioriente.


Culto e etica

Nella pratica ogni setta predicava una propria variante al credo gnostico e quindi praticava un proprio culto. Alcune sette respingevano completamente i sacramenti, mentre altre accettavano quali strumenti di conoscenza il battesimo e l'Eucaristia, affiancandoli ad altri riti che, per mezzo di inni e formule magiche, dovevano propiziare l'ascesa al regno spirituale del principio divino imprigionato nel corpo materiale.

Da un punto di vista etico, lo gnosticismo oscillava fra il rigore e il lassismo: se, infatti, la valutazione negativa della materia e del corpo spingeva alcuni gruppi ad astenersi anche dal matrimonio e dalla procreazione, la convinzione che l'anima fosse assolutamente estranea al mondo materiale portava altre correnti a giudicare in termini relativistici ogni atto connesso con il corpo.

Eredità dello gnosticismo

Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Già nel medioevo, comunità come quelle dei manichei, degli albigesi, e dei bogomili, abbracciarono le concezioni dualistiche sviluppate dallo gnosticismo, così come nel caso dei mandei, una comunità religiosa tuttora attiva in Iraq e Iran, i caratteri gnostici sono molto evidenti.

Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto.


Influenze dello gnosticismo sul pensiero moderno
In epoca contemporanea, a fianco di movimenti elitari che si richiamano alle correnti gnostiche del passato, non mancano tentativi di identificare caratteri gnostici in correnti di pensiero moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo con la mancanza di significato dell'esistenza terrena. Occorre precisare che lo gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa tutta la storia della filosofia e che riemerge periodicamente con movimenti di pensiero, ortodossi ed [[eterodoteterodossi (secondo la Chiesa ufficiale). L'Ottocento, in particolare, vede la nascita di diversi movimenti di tipo religioso o parareligioso che si richiamano dichiaramente allo gnosticismo antico. Fra essi, a puro titolo di esempio, la teosofia. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero.



Gnosticismo e psicoanalisi

Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia.


È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.

Letteratura gnostica
La conoscenza della dottrine gnostiche si è basata fino al 1945, quasi esclusivamente sulle citazioni, spesso incomplete e parziali, di scrittori cristiani come Ippolito, Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene Adamantio, che ne scrivevano con l'intenzione di confutarle. Si trattava dunque di una conoscenza molto limitata ed incerta del pensiero gnostico originale, poiché essi tendevano a confondere le comunità da cui tale pensiero nasceva ed i loro maestri. La fondamentale scoperta dei manoscritti di Nag Hammadi ha consentito finalmente l'accesso alle fonti originali del pensiero gnostico. Esistono infine raccolte di frammenti (principalmente quelli provenienti da Ossirinco in Egitto) che contengono altri testi, che per la loro natura sono spesso incompleti. Hanno tuttavia trovato grande utilità nel raffronto con gli scritti di Nag Hammadi.
 

Uroboro

 

L'Uroboro (dal Greco "ουροβóρος")

 è un simbolo molto antico che rappresenta un serpente che si morde la coda, ricreandosi continuamente e formando così un cerchio. È un simbolo associato all'alchimia, allo Gnosticismo e all'Ermetismo. Rappresenta la natura ciclica delle cose, la teoria dell'eterno ritorno, e tutto quello che è rappresentabile attraverso un ciclo che ricomincia dall'inizio una volta aver raggiunto la propria fine. In alcune rappresentazioni il serpente è rappresentato mezzo bianco e mezzo nero, richiamando il simbolo dello Yin Yang, che illustra la natura dualistica di tutte le cose e soprattutto che gli opposti non sono in conflitto tra loro.

Pare che il simbolo si ispiri alla forma della Via Lattea, dal momento che in alcuni antichi testi era considerata un enorme serpente di luce che risiedeva nel cielo e circondava tutta la terra.


 


 


 

  


 
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