Categoria: Varie

Benvenuti a Vrindavana

Qualche giorno fa mentre ero nel tempio, ho notato il libro “Vrindavan Memories” e ne ho letto alcune storie. E’ un libro composto di ricordi personali e riguarda il periodo in cui si stava costruendo il Krishna Balaram Mandir. Di solito le nostre memorie sono centrate su Srila Prabhupada, su quello che ha fatto, dove è andato, quello che ha detto ecc., ma questo libro ci racconta di storie di devoti, parla di Vrindavana e ci fornisce una visione fuori del comune dei primi tempi del nostro movimento.

Prendiamo per esempio la storia di Surabhi Prabhu, l’architetto del Krishna Balarama Mandir. Per prima cosa gli era stato richiesto di progettare il tempio di Bombay, ma i lavori di costruzione non potevano essere iniziati a causa di un caso giudiziario contro il proprietario della terra che voleva imbrogliare l’ISKCON  e riprendersi la terra. Essendo rimasto senza impegni, Surabhi era stato mandato a Vrindavana per occuparsi del progetto del tempio di Krishna Balaram.

Quando lui e il suo gruppo di devoti arrivò a Vrindavana non sapevano ancora dove avrebbero alloggiato, così per prima cosa decisero di fare un bagno nella Yamuna, insomma, per purificarsi prima di conoscere la vera e propria Vrindavana. Così andarono al fiume, si misero i gamcha e iniziarono a fare il bagno. Proprio in quel momento un indiano che stava faceva il bagno li vicino, in altre parole un Vrajabasi, venne portato via dalla corrente e stava per annegare. Ci fu un grande scompiglio e i devoti si tuffarono nel fiume per cercare di salvarlo, ma la corrente lo aveva trascinato sott’acqua e non riuscirono più a trovarlo. Era annegato, e il suo corpo non è più stato ritrovato.

Il fiume sacro Yamuna

Provate a pensarci: andate a Vrindavana per la prima volta, sapete che è una terra santa e che non è diversa dal mondo spirituale, e la prima cosa che vedete è il fiume sacro Yamuna che uccide un uomo davanti ai vostri occhi. Come avreste reagito? La trattate come si tratta una persona e quindi la considerereste responsabile? O pensereste che si tratta solo di un fiume, solo una massa d’acqua che scorre per legge di gravità? Cosa è successo? Quale messaggio di benvenuto vi sta dando Vrindavana?

Non sapevo cosa pensare. Era stata una decisione spirituale fatta da personalità trascendentali e il messaggio era che “la vita”, così come la conosciamo noi, non significa nulla qui, e può essere legittimamente portata via in qualsiasi momento e senza preavviso? O lo fate passare per un incidente, una specie di disastro naturale senza nessun responsabile?

La seconda storia è raccontata da Gunarnava Prabhu, è un nome che non credo di aver mai sentito prima, e in realtà sono due le storie. Gunarnava faceva parte di un gruppo di devoti che erano atterrati a Delhi, poi dovevano andare alla stazione ferroviaria per recarsi a Vrindavana. Così saliti sull’aereo iniziarono il viaggio nel mondo “civile”, anche se indiano. Atterrarono a Delhi, in un aeroporto internazionale semi-civilizzato, ma la loro successiva tappa era la stazione ferroviaria di Delhi e non avevano mai visto niente di simile. L’ambiente, i suoni e gli odori delle stazioni indiane sono sconvolgenti. Non avevano mai visto prima così tante persone che nello stesso luogo facevano così tante cose diverse tra di loro, e tutte apparentemente caotiche. “Intensità” è una parola per descrivere la cosa. Urla e ancora urla dappertutto, tutti erano vestiti in tanti colori ma allo stesso tempo la sporcizia era ovunque. C’era odore di treni, di gasolio, di fumo di scappamento, di cibo, di spezie, di sudore e urina.

Va bene. Vanno alla biglietteria e pensano che siccome il viaggio sarebbe durato solo un paio d’ore, avrebbero potuto accontentarsi di una carrozza di terza classe. Non sapevano che in realtà due ore significa quattro o più ore, e che carrozza di terza classe significa che molti molti passeggeri devono stare in piedi, e che i “passeggeri” includono polli, capre e persino mucche.

Da Mathura prendono l’ultimo autobus per Vrindavana e arrivano ​​quando è già buio. Se vedete Vrindavana di notte, è una città praticamente morta. Tutte le porte sono chiuse e non c’è anima viva per le strade, nemmeno degli animali. Fortunatamente per loro, un uomo individuò quel gruppo di occidentali dall’aria persa e si offrì di portarli nel vicino ashram della Ramakrishna Mission.

Sapete che le nostre Scritture descrivono il Sole come un occhio del Signore? Loro lo compresero veramente la mattina dopo, quando ebbero la possibilità di vedere dove si trovavano. Il Sole apre letteralmente la nostra visione del mondo che ci circonda, e loro videro quello che li circondava con gli occhi di stanchi pellegrini.

Con un risciò arrivarono al tempio di Radha Damodara, dove in quel periodo si trovavano i devoti dell’ISKCON e così attraversarono un labirinto di strade strette con le fogne a cielo aperto su entrambi i lati e dove il tutto sembrava decisamente medioevale. La domanda “Ma dove siamo?” Era nella mente di tutti. Benvenuti a Vrindavana.

Dopo qualche tempo, Srila Prabhupada inviò loro una lettera per chiedergli di trasferirsi nella terra che era stata appena donata alla ISKCON e che si trovava a Ramana Reti, dove ora si trova il nostro tempio. A quel tempo (il 1972) Ramana Reti era alla periferia di Vrindavana, e non c’era niente, era solo una terra incolta.

Si trasferirono li, presero alcune capanne, e questo fu tutto. Non c’era acqua corrente, né servizi igienici, né impianti idraulici o strutture di alcun tipo, ma riuscirono ad avere la corrente elettrica dalla strada principale. A quel tempo era già estate e le estati a Vrindavana sono insopportabilmente calde. Durante il giorno la temperatura va regolarmente vicino ai quaranta, ovvero più di dieci gradi rispetto alla temperatura del corpo umano. Mi viene in mente che sarebbe il luogo adatto per fare una battuta utilizzando il sistema di misurazione in gradi Fahrenheit, e 108 gradi Fahrenheit sono circa 42 gradi centigradi. Insomma con quel sistema hanno fatto almeno qualcosa di giusto.

Per liberarsi dal caldo, e per praticamente sopravvivere al calore, i devoti immergevano i gamcha e i chadar nell’acqua, si sdraiavano e si coprivano con i vestiti bagnati, e quando diventavano asciutti, li sciaquavano di nuovo e poi ripetevano l’operazione. Il momento culminante della loro giornata era quando uno di loro andava in bicicletta al Loi Bazar per comprare un blocco di ghiaccio da un ice-walla, lo portava indietro e lo trasformava in una bevanda fresca. Questo una volta al giorno. All’epoca non c’erano ancora i frigoriferi e un bicchiere di bibita fresca al giorno era tutto quello che avevano a disposizione in quel calore trascendentalmente insopportabile di 108 gradi.

Tra di loro c’era un devoto di nome Vyala, un brahmachari pakka, molto ordinato e molto organizzato. Un giorno venne il suo turno di andare al Loi Bazar. I devoti avevano preso anche un’anguria e decisero di aspettare il ghiaccio così poi avrebbero preso l’anguria con una bella bevanda rinfrescante. Ma Vyala non era in orario. Stanchi di aspettare decisero di prendere l’anguria e lasciarono la fetta di Vyala su un piatto all’interno della capanna. A quel punto una mucca che gironzolava da quelle parti, se ne si trovano dappertutto a Vrindavana, sentì il succulento profumo dell’anguria, la vide nella capanna e andò dritta dritta per prenderla. I devoti cercarono di fermarla, ma niente può ostacolare una mucca affamata. Tranne le porte troppo piccole. Attraversò la stanza esterna, ma si incastrò dentro la porta più interna. La sua pancia era troppo grossa per riuscire a passare. Fortunatamente per lei, riuscì comunque a raggiungere l’anguria e iniziò a mangiarla. Siccome era rimasta bloccata nella porta, i devoti non riuscirono ad entrare nella stanza e a salvare la fetta di anguria e non rimase loro altro da fare che rimanere impotenti e sentire la mucca che si godeva il suo cibo. Quando finì di mangiare, cercò di uscire dalla porta, ma le mucche non sono molto brave a camminare all’indietro, così provò a girarsi, c’erano tre o quattro devoti nella stanza e tutti iniziarono a spingerla e a tirarla. La mucca andò in panico e pensò di essersi intrappolata, ma riuscì a liberarsi, e questa volta si ritrovò con la parte posteriore nella capanna e fece cadere un enorme mucchio di sterco di mucca fumante proprio sul piatto dove prima si trovava la fetta di anguria di Vyala.

Quando poi riuscirono a far uscire la mucca, Vyala finalmente tornò. La bicicletta si era sgonfiata e Vyala aveva dovuto ripararla sulla strada e c’era voluto molto tempo. Era accaldato, sudato e molto irritato. Imprecava contro la bicicletta, la foratura, contro tutto, ma soprattutto contro il caldo. Con sua grande delusione, il blocco di ghiaccio si era sciolto completamente, così la bevanda fresca non era più nel menu. Poi Vyala chiese speranzoso: “Dov’è la mia anguria?”.  “Beh…in effetti…” Vyala entrò nella capanna e si rese conto che non solo era stato delle ore sotto il sole ardente per nulla, niente ghiaccio e niente bevanda fresca, ma che addirittura per prasadam gli era toccato letteralmente un mucchio di sterco di mucca. Si voltò e disse: “Ne ho abbastanza” e poco dopo lasciò Vrindavana.

Quando mi viene in mente questa storia non posso fare a meno di piegarmi dalle risate, è una commedia perfetta, ma in essa c’è una lezione molto importante per noi. Abbandonare tutto a Krishna significa abbandonare tutto. Non c’è assolutamente nulla che Krishna ci consente di trattenere. Nulla. Non possiamo chiedere acqua, cibo, temperatura tollerabile, non possiamo esigere nulla.

Quando ci avviciniamo a Krishna possiamo aspettarci delle prove severe. Possiamo rimproverare quel devoto, Vyala, per non essere stato abbastanza paziente e tollerante, ma gli è stata data una prova alla quale nessuno di noi è ancora pronto. Non c’è l’ha fatta, ma non siamo nemmeno al suo livello. Dal suo esempio possiamo solo pensare quello che ci verrà chiesto quando arriverà il momento. In alternativa, invece di immaginare tutte le possibili cose che dovremo tollerare o rinunciare, possiamo concentrarci sul canto del Santo Nome e poi liberarci di tutto il resto.

Nella nostra vita cerchiamo di orientarci tenendo conto di ogni situazione. “Come devo reagire di fronte a questo fatto? Cosa fare quando mi succede questo? Che risposta dovrei dare? Cosa ne pensi? E’ giusto pensare in questo modo?” La nostra vera posizione, tuttavia, dovrebbe essere relativa solo a Krishna e al Santo Nome. Una volta che vediamo questa connessione, le nostra posizione riguardo a tutti gli altri fenomeni sarà automaticamente chiara. Non dovremo pensare o porci tante domande a riguardo. Se solo cerchiamo di sviluppare la coscienza di Krishna, tutto il resto si metterà naturalmente a posto senza ulteriori sforzi.

Forse è per questo motivo che non desidero più andare a Vrindavana. E’ come se avessi visto tutto quello che c’è da vedere. Ovvero ho visto tutto quello che mi è dato di vedere con i miei occhi, e se continuo a guardare, nel senso di continuare a coinvolgere i miei sensi nella mia attuale mentalità materialistica, commetterò delle nama-aparadha. Mi ci vogliono dei nuovi occhi.

Ovviamente non si tratta solo di occhi: gli occhi sono solo parte dei sensi, la percezione principale avviene nella mente. E’ l’intelligenza che cataloga le esperienze dalla vasta biblioteca di dati, di luoghi, interpretazioni e impressioni, e quindi l’ego decide quale tipo di esperienze vuole provare in futuro.

Sento il bisogno di purificare l’intero specchio nel cuore, quello che riflette la realtà della mia percezione prima di osare dare un’altro sguardo a Vrindavana. La cosa interessante è che una volta che questo specchio viene purificato, Vrindavana può essere vista ovunque e nella sua piena gloria trascendentale.

Un altro aspetto da considerare è che Vrindavana non è una città, e nemmeno un villaggio. Vrindavana è una foresta e Krishna vive a Vraja, che è un luogo speciale che deve essere descritto separatamente. Questa Vraja o Vrindavana non ha elettricità, aria condizionata, bevande fresche, frigoriferi, condomini, automobili, riksha, o Internet. Non ci sono rupie nel vostro portafoglio. Se mi interesso di queste cose, non sono a Vrindavana, e queste sono le cose che Krishna vuole che noi abbandoniamo completamente. Ci sarà anche un test quindi mi preparerò meglio. Prima impariamo a recitare il Santo Nome senza offese, creiamo la nostra coscienza di Krishna, e poi Vrindavana ci apparirà insieme con Krishna. Essi sono inseparabili, non si può vedere l’uno senza vedere l’altro.

(dal blog Back2krishna.com)

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Il film Hare Krishna!

Mi trovavo a Houston, nel Texas, per la prima del film Hare Krishna! e dopo la proiezione, durante la sessione di domande e risposte, un’anziana signora che era in prima fila ha alzato la mano. “Per molti anni ho avuto un sogno che volevo realizzare, ma continuavo a ripetermi che ero troppo vecchia, che quei sogni sono per persone più giovani di me. Ma dopo aver visto il vostro film e quello che ha fatto Srila Prabhupada a un’età così avanzata, ora mi rendo conto che non sono troppo vecchia, e che posso anche provare a realizzare il mio sogno, e con la misericordia di Dio, forse potrò avere un po’ del successo che Prabhupada ha avuto.”

Il retroscena

Nel marzo del 1974 mio marito, Yadubara Dasa, disse a Srila Prabhupada: “Vorremmo fare un film sulla tua vita.”

Io e Yadubara avevamo appena pubblicato il primo documentario sul movimento Hare Krishna, The Hare Krishna People. La prima parte del film era stata proiettata a Mayapur, durante il festival di Gaura Purnima, e i devoti di tutto il mondo erano entusiasmati di averlo per i loro templi e per diffondere la coscienza di Krishna ovunque si trovassero.

Pensando al nostro prossimo progetto, Yadubara ne aveva parlato con Srila Prabhupada.

Prabhupada considerò la domanda e disse: “Che bisogno c’è?”

Yadubara spiego’ dunque a Prabhupada che da quando i devoti cantavano il maha-mantra per le strade delle principali città di tutto il mondo, molte persone avevano sentito parlare degli Hare Krishna, ma pochissime avevano sentito parlare di lui, la persona che aveva fondato il movimento Hare Krishna in Occidente. “Riteniamo importante che la gente conosca la persona che sta dietro al movimento”, continuo’ Yadubara.

Nuovamente Prabhupada considerò la cosa. Poi con un leggero movimento della testa da sinistra a destra, disse: “Sì, in questo caso va bene.”

Io e Yadubara avevamo realizzato il film The Hare Krishna People con ISKCON Movie, che era stato creato per produrre dei film sul movimento Hare Krishna. Con il team di ISKCON Movie, io e Yadubara abbiamo prodotto altri film: The Spiritual Frontier, Brilliant as the Sun, A Spark of Life, The Golden Avatar, Vrindavan: Land Yof Krishna, The World of Hare Krishna e Your Ever Well -Wisher. Abbiamo anche prodotto una serie di DVD in ordine cronologico in undici parti che contenevano tutti i filmati conosciuti di Srila Prabhupada con i commenti di discepoli e sostenitori.

Poi nel 2013, Hari Sauri Dasa, che stava organizzando le mostre per il museo del Tempio del Planetario Vedico (TOVP) a Mayapur, ci suggerì di realizzare un documentario sulla vita di Srila Prabhupada per il grande teatro del TOVP.

Inizialmente abbiamo resistito all’idea. Your Ever Well-Wisher, pubblicato nel 1983, è un documentario di 55 minuti sulla vita di Srila Prabhupada, ed era stato ben accolto dai devoti. Perché non utilizzare quello? Ma nel rivederlo ci siamo resi conto del perché non potevamo utilizzarlo: la modalità del film (un narratore con una storia lineare e senza flashback) e la sua qualità tecnica erano obsolete. Per di più, quel film era indirizzato a un pubblico di devoti; avevamo invece bisogno di un film di novanta minuti che fosse diretto al grande pubblico. (Novanta minuti è la lunghezza standard per questo tipo di documentari)

Pensavamo che per completare questo film ci sarebbero voluti due anni. Il doppio di tempo rispetto a qualsiasi altro nostro film. Ma Hare Krishna! si è trasformato in un lavoro di quattro anni. Pensavamo anche che il nostro budget iniziale fosse accurato e potesse coprire tutti i costi che avevamo previsto, ma il costo effettivo di Hare Krishna! è radoppiato. Non avendo mai realizzato prima un film per il grande pubblico, avevamo bisogno di un team più numeroso, e come il progetto ha fatto i primi passi, una per una sono arrivate le persone.

Il primo aiuto è arrivato da Coralie Tapper che vive in Australia ed ha fatto tutto il lavoro burocratico per la nostra nuova società di produzione no profit, la Inner Voice Productions, Inc. Sua sorella, Hladini Radha Devi Dasi, ha offerto le sue capacità editoriali e nello spiazzo della nostra casa di produzione ad Alachua, in Florida, il marito di Hladini, Krishna Murari Dasa, ha ricreato un eccellente replica della cabina di Srila Prabhupada a bordo della nave da cargo Jaladuta che lo ha trasportato dall’India agli Stati Uniti.

Poi si sono uniti a noi altri giovani devoti dedicati, capaci ed entusiasti: Krishna Shakti Dasa, editore di Los Angeles; Lalita Priya Devi Dasi, produttrice/regista di Sydney; e la cugina di Lalita Priya, Jessica Heinrich, anche lei produttrice cinematografica, che vive a Sydney.

Nella nostra casa di produzione vicino alla comunità di New Raman Reti, la nostra piccola squadra si è imbattuta in più di una difficoltà. Uno dei più grandi problemi è stato l’enorme mole di materiale con cui dovevamo lavorare: 31 ore di filmati di Srila Prabhupada, filmati di archivio dell’India del ventesimo secolo che mostrano la cultura e gli eventi vissuti da Srila Prabhupada in quel periodo, materiale di archivio degli anni ’60 e 70 riguardo gli Stati Uniti, quando arrivò Srila Prabhupada, 90 ore di interviste con discepoli e studiosi che avevano conosciuto Prabhupada e il suo movimento, 20.000 fotografie di Srila Prabhupada e dei suoi discepoli, le rievocazioni dell’infanzia di Srila Prabhupada e dell’incontro con il suo maestro spirituale, le rievocazioni riguardo la sua salute durante la crisi del 1967, e oltre 1800 ore di audio conferenze e conversazioni di Srila Prabhupada.

Da dove cominciare e cosa utilizzare?

Fin dall’inizio la nostra visione di Hare Krishna! è stata che Srila Prabhupada stesso avrebbe raccontato la sua storia con le sue stesse parole. Ma trasformare tutto questo in realtà non è stato facile. Quasi sempre Prabhupada parlava di diversi aspetti della filosofia della coscienza di Krishna, ma solo una volta ogni tanto, in rare occasioni, raccontava cosa aveva provato ad essere da solo a New York a settant’anni senza una fonte costante di reddito, senza sostenitori né amici; cosa provò quando tutto quello che aveva valore gli venne rubato nella piccola stanza che aveva in affitto in un ufficio a Manhattan; come iniziò il primo tempio al 26 della Second Avenue a Manhattan, e così via. Quelle frasi per noi erano delle gemme preziose e le abbiamo messe insieme in modo tale che, per quanto possibile, Srila Prabhupada nel film potesse raccontare la sua storia. Occasionalmente parla anche dei principi fondamentali della coscienza di Krishna e persino scherza con un giornalista.

Abbiamo lavorato con quel materiale audio e video per due anni e mezzo e abbiamo elaborato una bozza di due ore e venti minuti. E poi ci siamo bloccati. Dovevamo tagliare cinquanta minuti di film ma non riuscivamo a capire cosa includere e cosa escludere. Ci piaceva tutto.

Poi grazie a un amico di un nostro amico, abbiamo incontrato Peter Rader e Paola di Florio, che a Hollywood sono registi di documentari.  Hanno visto il nostro lavoro e anche se non avevano mai sentito parlare di Prabhupada, sono rimasti affascinati dal suo messaggio, dalla sua personalità e soprattutto dalla sua storia. Con l’aiuto del loro nuovo ed esperto contributo, siamo stati in grado di  lavorare con costanza e fiducia e abbiamo apportato diverse modifiche al film, maggiori e minori. Peter e Paola ci hanno anche offerto tutti i loro contatti per la produzione e la distribuzione del film, che si sono dimostrati di grande valore.

Nel settembre 2016 per prova abbiamo tenuto una proiezione del film di 90 minuti a Gainesville, in Florida, dove abbiamo invitato settanta persone ​​a vederlo e a darci un feedback, scritto e a voce. Abbiamo anche fatto un altro test di screening con un piccolo gruppo di devoti della comunità di Alachua. Come risultato di tutti questi input, il titolo del film è cambiato da Acharya (quasi nessuno sa cosa significa) a Hare Krishna! (che è famoso) e abbiamo ottenuto ulteriori spunti su come modellare il film.

Dopo averlo visto, Richard ci ha scritto: “Pensiamo che il vostro film sia fantastico: è brillante e interessante, e siamo certi che avrete un pubblico.” E infatti cosi’ è stato. Richard è stato felice di presentare il nostro film alle case cinematografiche di Stati Uniti e Canada, e abbiamo firmato un contratto non solo con Abramorama, ma anche con la loro società di relazioni pubbliche, la Falco Ink, che ha al suo attivo vincitori di premi Oscar come Gladiator e American Beauty. Abbiamo anche presentato il film allo Illuminate Film Festival 2017, il festival più importante al mondo di “cinema consapevole”, che si tiene annualmente a Sedona, in Arizona. Con nostra sorpresa e grazie alla misericordia di Krishna, il 4 giugno Hare Krishna! ha vinto il premio per il miglior film del festival.

La prima mondiale pubblica è avvenuta a New York il 16 giugno 2017, prima di un’altra proiezione nel Village East Cinema, a pochi isolati dal primo tempio Hare Krishna nella 26 Second Avenue. Poi è seguita Los Angeles, e in entrambe le città ci sono state proiezioni per una settimana. Da allora Hare Krishna! ha viaggiato in 36 città nordamericane (con 346 proiezioni), a Mosca (in anteprima il giorno dell’apparizione di Srila Prabhupada), in India (in 50 città con 700 proiezioni), in Sudafrica, Botswana, Mauritius, Bahrein, Olanda, Regno Unito e in altri paesi di tutto il mondo. Lilananda Dasa, il nostro direttore di marketing per l’America Latina, con l’aiuto di un team di devoti ha organizzato le proiezioni in 136 città. [ed é in arrivo nelle sale italiane, distribuito da Mescalito, N.d.T]

Anche se Hare Krishna! ha ricevuto alcuni commenti favorevoli da critici cinematografici, in generale le loro recensioni non sono state così favorevoli come le risposte del pubblico, persone che nella maggioranza dei casi non avevano alcuna familiarità con Prabhupada, i suoi insegnamenti e la sua missione.

Vishaka devi dasi

http://btg.krishna.com/hare-krishna-film

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Salvini, Luca Morisi e la comunicazione politica che funziona sugli italiani

È bufera sulla foto postata da Luca Morisi, l’uomo dietro ai social di Matteo Salvini, che immortala il ministro Salvini che imbraccia un mitra. La didascalia di accompagnamento fa da cornice al messaggio di pace divulgato proprio nel giorno di Pasqua: «Vogliono fermarci ma noi siamo armati e dotati di elmetto». Un messaggio fatto circolare proprio mentre la Lega è oggetto degli attacchi dal M5s oltre che al centro di polemiche il caso del sottosegretario del Carroccio, Armando Siri, indagato per corruzione, e tipicamente in linea con l’attenta strategia di comunicazione postmoderna tipica del partito. Luca Morisi,  spin doctor del ministro a cui tutti gli italiani pagano lo stipendio per occuparsi della comunicazione istituzionale, è al centro della polemica e accusato di promuovere una propaganda elettorale basata sull’odio, l’intolleranza, la gratuita istigazione allo scontro armato. Mentre sui social l’hashtag #licenzialucamorisi è ai primi posti, no tarda la replica del leader della lega: “Se la sinistra polemizza su questo, vuol dire che lavoriamo bene”. E intanto per Facebook, solito a oscurare contenuti sensibili arrivando spesso al paradossale, questo post non viola gli standard.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Salvini con il mitra: dove ci può portare quella
foto.
Luca Morisi, spin doctor di Salvini
e consulente del governo, nel giorno di Pasqua ha
pubblicato su Facebook la foto del ministro dell’Interno che imbraccia un mitra
.
Ha espressamente scritto che loro, i seguaci del Capitano, sono armati. Ha in
sostanza scritto che da qui al 26 maggio, ogni arma (letteralmente) sarà lecita
per fronteggiare gli “attacchi” e il “fango” che la Lega e
Salvini dovessero “subire”. Gli attacchi sono le inchieste della
magistratura e il fango sono le legittime critiche dell’opposizione
democratica; ma anche il fuoco amico: non solo quello pentastellato, ma anche,
e soprattutto, quello leghista. […]Quella di Morisi è stata un’evidente
istigazione a delinquere, reato che i giuristi definiscono di pericolo
concreto. Se l’alter ego social del ministro dell’Interno – colui il quale è al
vertice della Polizia di Stato ed esercita quindi il monopolio della forza –
minaccia magistratura e oppositori di ritorsioni armate, quindi di morte, il
pericolo è concreto per definizione Continua
a leggere…

Fonte: REPUBBLICA.IT – Roberto Saviano

Chi è Luca Morisi, il guru del web che ha postato
la foto di Salvini con il mitra.
Classe 1973, Luca Morisi ha unito i suoi destini a quelli di Salvini
dal 2013
, da quando è diventato responsabile della comunicazione e
social media strategist
 dell’allora neosegretario del Carroccio. […]È
grazie a Morisi, inventore per Salvini del soprannome “Il Capitano”, che
il profilo Facebook del leader leghista è diventato il più seguito tra
i leader politici
, con oltre
3,5 milioni di “mi piace”
 (erano 2 milioni prima delle elezioni del 4
marzo 2018). Per incrementare i contatti, lo “spin doctor” di Salvini si
inventò prima delle politiche 2018 il format “Vinci Salvini”: un vero e
proprio concorso per militanti e aficionados. Continua
a leggere…

Fonte: ILSOLE24ORE.COM – Andrea Marini

Perché Facebook non ha potuto rimuovere il post di Morisi con Salvini e il mitra. Lo spiega Cristian Raimo, scrittore e assessore di sinistra in un municipio di Roma, che giorni fa ha pubblicato un provocatorio endorsment per il ministro dell’Interno. “Il post di Luca Morisi? Un esempio tipico di comunicazione postmoderna. In questo lui è molto bravo. Sia chiaro, una comunicazione dedicata al male totale…”. Professor Raimo, cosa pensa del messaggio lanciato da Morisi che potrebbe incitare anche all’uso delle armi? “In realtà nella sua comunicazione di impronta postmoderna, la comunicazione della Lega non vuole comunicare niente, ma esprime principalmente la simulazione di una logica. Nel post di Morisi di ieri ci sono dei messaggi contraddittori che però disegnano un unicum che porta a reazioni diverse. Di irritazione, di contrarietà, di dubbio. Ma alla fine resta il senso di un’ambivalenza perché non si capisce fino in fondo se si tratti di un messaggio provocatorio oppure di un messaggio per sostenere certe posizioni sulle armi”. Continua a leggere…

Fonte: AGI.IT – Alberto Ferrigolo

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