Libia: «800.000 migranti in Italia e in Europa», l’allarme di al-Serray

Continuano gli scontri in Libia. Secondo le Nazioni Unite le vittime finora accertate sono 682, di cui 121 morti, mentre gli sfollati sarebbero 16mila. Gli scontri più violenti si sono avuti all’aeroporto di Mitinga, che è passato alle milizie del Generale Haftar.

La campagna militare su Tripoli lanciata il 4 Aprile dal Generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (Lna), che non si è conclusa velocemente come annunciato. A rimetterci, stavolta, oltre ai migranti rinchiusi nei centri di detenzione, sono anche i cittadini libici residenti in Libia, e sono tanti. Tripoli ha più di 1 milione di abitanti, Misurata circa 400 mila, l’intera Tripolitania ne conta quasi 4 milioni. Circa 6 milioni di libici diventano potenziali rifugiati  sotto la tutela del diritto internazionale. Rifugiati che il Governo italiano non potrà rispedire indietro ripetendo che la Libia è “un porto sicuro”. Allarmismi a parte, quella che si prospetta è un’emergenza umanitaria che toccherà l’Europa ma soprattutto l’Italia. «Ottocentomila migranti pronti a invadere l’Italia e l’Europa»; a dirlo è il premier libico Fayez al-Serray, il cui messaggio è chiaro: l’Europa ci aiuti o scoppia un esodo.

Intorno
alla Libia una scacchiera internazionale

Da un lato c’è il Generale Haftar, che tenta di unire il Paese, diviso in tribù, attraverso il proprio esercito; dall’altro, c’è Fayez al-Serraj, messo a capo del Governo di accordo nazionale dall’Onu nel 2015. Dietro queste figure, si muovono potenze internazionali. Se infatti per tutelare l’attuale Governo è intervenuta l’Onu, a rifornire di armi l’esercito di Haftar ci pensano Russia ed Egitto, a sostenerlo economicamente, invece, ci sono Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

A intricare ulteriormente la scacchiera internazionale si aggiunge il conflitto di interessi tra Francia e Italia. Un cambio della guardia nel Paese aiuterebbe infatti la Francia a togliere il primato all’Italia nello sfruttamento del greggio libico, in gran parte appaltato ad aziende italiane.

Di sicuro la guerra in Libia ha creato un business, quello dei migranti. Che ci sia un legame tra traffico di migranti e milizie è stato confermato sia nei documenti delle Nazione Unite, sia nelle inchieste giornalistiche. Stando alle dichiarazioni di Federico Soda, dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim), riportate da Il Fatto quotidiano, nel Paese sono presenti 200 mila migranti. E tra questi, sottolinea l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 58 mila sono rifugiati o richiedenti asilo, dunque l’invasione di migranti prospettata dal premier libico avrebbe numeri assai più ridotti.

I documenti ufficiali libici confermano la presenza di 35 centri disposti dal Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale. Di questi, i centri attualmente attivi,  sono circa 20. Molti centri infatti sono stati colpiti durante gli scontri, tra il 7 e il 14 aprile sono stati colpiti e resi irraggiungibili dalle agenzie Onu ben 7 centri.

La posizione dell’Italia

In vista delle ormai prossime elezioni europee, è quasi certo che la questione libica diverrà materia da campagna elettorale. Si addosseranno colpe e responsabilità sulla Francia e si punterà a fare dell’aumento del numero dei profughi un regalo dell’Europa. Discorsi già sentiti. Al netto delle chiacchiere, però, che fare, nel concreto? Con ogni probabilità il Governo italiano  applicherà la legge alla lettera, e il diritto di asilo lo avranno solo i profughi con il passaporto libico. Gli altri, che dalla Libia stavano transitando per scappare da Paesi terzi, saranno i soliti di prima, poco cambierà se la Libia non sarà considerata porto sicuro. L’opinione pubblica è per i respingimenti, Salvini deve stare solo attento a rispettare le regole, del restante non si deve preoccupare troppo. Salvo che della sua coscienza, ovviamente.

foto: Adnkronos

http://bit.ly/2XhBP1Y

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