La vita che abita i marciapiedi

Sarti, arrotini, lustrascarpe, manicure, aggiusta-pentole e venditori di ghiaccio o di alcool di contrabbando. La gente povera, a Niamey, prova a inventare ogni giorno la sopravvivenza e resiste grazie ai marciapiedi, dove la vita è informale quanto irregolare. Anche i mendicanti sono preziosi e, a loro modo, insostituibili: difficile salvarsi l’anima senza di loro. Si voleva cancellare l’economia informale, ma la sera stessa della distruzione prevista si vendevano spiedini nell’unico spazio rimasto intatto. Così, la vita rinasce proprio ai margini delle strade, magari con una mamma che allatta dietro una sequenza incredibile di quaderni, patate, scarpe coi tacchi, galline, piccoli pannelli solari, medicinali e un lungo eccetera, il tutto disordinatamente esposto alla vista e affastellato come si usa fare solo nei meravigliosi mercati del sud del mondo, quelli con la m minuscola che non fanno sparire le relazioni tra le persone dentro le cose, i surgelati o il denaro.

La vita del popolo reale abita i marciapiedi della città. I piccoli mestieri nascono, si inventano, si sommano e si susseguono freschi di giornata. Possono anche sparire senza lasciare traccia e se domandate dov’è finito il giovane che vendeva carte telefoniche sarete osservati con curiosità come si fa con un estraneo.

Ci si occupa delle scarpe, da lucidare o da riparare, delle unghie per le signore, finte o da dipingere sul posto, dei vestiti da rammendare grazie ad una una macchina da cucire migrante tra un angolo e l’altro del marciapiede. Anche gli arrotini e i riparatori di pentole al dettaglio passano in giro e, come i venditori di alcool di contrabbando, fanno suonare la bottiglia col ferro per annunciarsi.

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