Troppe leggi per essere violate

Millecinquecento anni dopo Winston Churchill tuonava: «Se esistono diecimila norme si distrugge ogni rispetto per la legge».

Semplificandovela: la legge e la giustizia possono essere parenti che non si parlano nemmeno a tavola, fare leggi non vuol dire farle rispettare.

Perdonatemi l’excursus storico ma era doveroso perché oggi, nel XXI secolo, assistiamo, come stessimo fissi a guardare un notiziario h24, allo spettacolo della giurisprudenza e della legislazione  che insieme definiscono (da un ventennio a questa parte) un complesso di regole internazionali che dovrebbero aiutare a evitare la mala gestione delle imprese, soprattutto se rivestono un carattere di utilità pubblica. Soprattutto se sono banche, soprattutto se appartengono al magico mondo della finanza, abitato da quegli squali che come Bianconigli conoscono ogni tipo di scappatoia. Sono davvero cosi furbi oppure gli è permesso?

La delicatezza del ruolo delle banche, per gli effetti che
queste hanno sugli andamenti dell’economia, ha determinato negli ultimi anni la
più alta produzione della storia di norme e adempimenti, che riguardano
specificatamente i cda e i collegi sindacali.

Le norme, oggi, disciplinano quasi tutto: criteri di onorabilità e professionalità che i membri degli organi devono possedere, modalità di nomina degli amministratori, i compiti che gli organi possono o non possono assumersi, modalità di lavoro interne, gestione del confitto d’interessi, criteri di determinazione delle remunerazioni, organizzazione dei sistemi di controllo.

Hanno normato anche il modo in cui dall’interno di una banca si
può denunciare, la gestione dei whistlerblower.

Risultato? Pare che non funzioni molto. Probabilmente la storia insegna più di quanto si creda e la cronaca mi è alleata mentre batto queste parole.

Gli squali, i Bianconigli di cui sopra, seguono le loro strade andando di porticine in porticine e nessuno li vede, nessuno ne parla realmente, nessuno ne parla prima che siano già scappati.

Nonostante i tanti vincoli (formali) sulle modalità di governo delle stesse, dobbiamo rilevare poi che ci sono pochi limiti agli investimenti o alle scelte strategiche delle banche

Non è assolutamente vietato alle banche proporre derivati
speculativi e nemmeno viene limitato il loro uso in proporzione ad altri strumenti.
Non è assolutamente vietato effettuare finanziamenti a realtà collegate
agli esponenti aziendali apicali.

Nella pratica questa bizzarra modalità genera due conseguenze negative: da un lato il blocco di qualsiasi innovazione (anche se positiva per la gestione della banca) per la paura di assumersi responsabilità e dall’altro la pratica di “addomesticare” le procedure in modo che siano formalmente corrette ma che, allo stesso tempo, consentano di fare operazioni potenzialmente pericolose.

La violazione delle norme da parte delle banche non risulta così
difficile da compiere nel breve periodo e soprattutto si può avere la speranza
(come nel gioco d’azzardo) di riuscire a rimettere a
posto le cose prima che qualcuno se ne accorga.

Le multe sono viste come un costo associato alle attività di business. Non vanno al cuore del problema e non sono efficaci nel far cambiare i comportamenti perché rimangono in atto forti incentivi a perseguire le stesse pratiche. Gran parte delle sanzioni finiscono poi nelle casse del tesoro e solo una piccola percentuale (5%) viene riconosciuta alle vittime delle frodi.

Vi è infine un altro fatto tecnico che ci fa capire perché le prassi di “cattivo governo” siano frequenti e resistenti. La vigilanza interviene soprattutto quando i fatti sono già accaduti: in pratica quando i buoi stanno già scappando dalla stalla (attraverso le porticine).

Se fai una legge e ciò che vuoi proibire non è affatto proibito, devi prenderne atto, devi studiare nuove modalità di controllo, altrimenti dipendi da loro (quelli che vuoi punire). La mano che dà è al di sopra di quella che riceve. Lo diceva già Napoleone: «I finanzieri non hanno patriottismo né decenza, il loro unico obiettivo è il profitto».

Innanzitutto, come già vi dicevo, bisogna agire quando hanno le mani nel sacco. Più che norme c’è bisogno di tempestività, magari innalzando le soglie di attenzione sui segnali che il mercato ci invia (vedi caso Banca Popolare di Bari) e utilizzando maggiormente altri parametri di controllo come la qualità del credito, la onorabilità degli amministratori e i compensi degli stessi.

Gli amministratori, questi devono essere indipendenti e per esserlo devono essere scelti non come lista di minoranza artificialmente costruita ma con call “pubbliche”.

Continuando, il sistema di allerta e di vigilanza deve essere più chiaro e meno formale in situazioni critiche, essere in grado di non dare autorizzazioni a emissioni di strumenti finanziari in situazioni di criticità aziendali, di seguire il modello della Sec statunitense, di mettere in atto obblighi formativi per i consiglieri non solo sui temi tecnico finanziari.

Arrivo, dunque, all’etica: elemento mancante. L’etica non si può controllare mi direte, stabilire un sistema morale è immorale, non possiamo far nascere una psicopolizia. Tutto vero, ma possiamo diversificare le competenze all’interno degli organi collegiali, ammettere esponenti con conoscenza di altri settori. Essere differenti vuol dire essere liberi, liberi dal mondo in cui non si è cresciuti, garantire una sana dialettica. Possiamo immaginare che a formare l’onorabilità degli amministratori ci siano anche esperienze di volontariato e/o filantropiche. Potremmo allargare la conoscenza relazionale dei consiglieri: chi li propone, chi li elegge, le loro storie.

Portare la finanza più vicina ai cittadini, consentire un controllo dal basso, allargare la conoscenza del modo di operare di una banca ai soci.

Per chiudere, al di là di eventuali scelte di tipo normativo bisognerebbe permettere semplicemente più facile fare la cosa giusta e più difficile quella sbagliata.

Più che di legislazione vigente abbiamo bisogno di una legge del
senso comune, una crescita socio-culturale.

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