di Francesco Sansone: Renzo Samaritani “Stefania è un pò me”

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Renzo, l’ultima volta che ci siamo sentiti, ti avevo chiesto quando sarebbe uscita la seconda parte del tuo viaggio e adesso eccoci a parlare de “Stefania, Viaggio in India: l’Antica Profezia”. Emozionato per questo ritorno/debutto?

Assolutamente si. Ogni libro (anche quelli che non ho pubblicato) ha sempre un grande impatto emotivo sulla mia persona. Metto dentro agli scritti molto di me stesso e quindi non potrebbe essere altrimenti!

Mentre nel primo romanzo, Un uomo di nome Stefania, abbiamo imparato a conoscere Stefania partendo dalla sua infanzia fino alla decisione di adeguare il suo involucro maschile alla sua anima femminile, adesso ritroviamo la protagonista alle prese con un altro viaggio in India con i suoi amici. Senza anticiparci troppo, ci dici cosa accadrà a Stefania in questo viaggio?

In effetti la mia protagonista ha viaggiato anche nel primo libro, in Nepal e dentro sé stessa. È il medesimo percorso che continua, alla ricerca di un’Essenza che troverà. Ma, anche questa volta, sarà solo l’inizio…

Essendo quasi interamente ambientato in India, immagino che per scriverlo tu abbia dovuto informarti molto. Quanto hai impiegato per scrivere “Stefania, Viaggio in India: l’Antica Profezia”?

Fortunatamente i primi due libri della “saga” di Stefania facevano parte di un lavoro iniziato da me anni fa, quindi avevano una strada spianata grazie alla quale, anche in questo caso, ho potuto realizzare l’opera in un solo anno. Per il prossimo testo temo che dovrò impiegare un po’ più di tempo… tu m’insegni che il percorso di un libro è abbastanza lungo.

Il romanzo inizia all’aeroporto, poco prima di salire a bordo, l’ottobre 1996. Data scelta per caso oppure c’è qualcosa che ti lega ad essa?

Come dissi in passato le vicende di Stefania sono tutte abbastanza autobiografiche, se non altro metaforicamente… in tal senso quella data corrisponde più o meno ai fatti descritti.

Nella promessa che hai scritto sul libro, si legge: “Le mie storie nascono spesso dal sognare a occhi aperti e non sono del tutto convinto che siano favole… da un certo punto di vista, su un piano immateriale Stefania, ad esempio, esiste realmente”. Vuoi spiegarmi meglio, questo pensiero?

Bè, prima di tutto se Stefania è un po’ me (oppure io sono un po’ lei), esiste “realmente” in quanto il Renzo del passato ma anche del presente e del futuro. Inoltre credo in altre dimensioni che co-creiamo, anche con il pensiero. Ti sarà capitato di dover dire: “Era troppo reale per essere un sogno!”

Secondo libro in poco più di un anno, motivo di orgoglio o di preoccupazione?

La prima delle due, ma un “orgoglio” positivo e mai presuntuoso. Sono una persona semplice e, ti confido, timida… lo sai che non ho mai fatto una sola presentazione “seria,” cioè in grande stile, di “Un uomo di nome Stefania”? Eppure gli inviti in tal senso non mancarono.

Immagino, avendo diversi spazi sul web, che avrai ricevuto diversi risconti dai lettori per il tuo primo romanzo. Quale commento/giudizio ti ha più gratificato e quale, invece, ti ha fatto arrabbiare e perché?

Si, in rete sono molto presente. Lì la timidezza scompare, così come ho sempre amato la radio… fin da quand’ero piccolo e mia madre, Helga Schneider, già conduceva trasmissioni importanti. E il commento che mi ha più gratificato è arrivato proprio da lei, accompagnato da diverse critiche costruttive. Anche se, come sai, non ci frequentiamo molto…
Quello che mi ha fatto più arrabbiare è arrivato da chi si aspettava il solito romanzo a sfondo sessuale o strappalacrime o psicoanalitico sulla condizione di un uomo che diventa donna. Non credo il mondo stesse aspettando Renzo Samaritani per racconti di quel tipo! Io stesso ne ho letti, alcuni bellissimi e altri molto interessanti sotto diversi aspetti. Ma Un uomo di nome Stefania è altro: è un percorso iniziatico. Forse qualcuno si era fatto ingannare da un titolo che poteva suggerire un’implicazione psicologica o sessuale.

 

di Sofia Mehiel: “Renzo Samaritani, letteratura e spiritualità”

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