Bernardo Bertolucci: il poeta del cinema

È una frase che mi disse Bernardo Bertolucci negli anni Novanta durante una lunga intervista nella sua casa romana, rimasta come per magia ferma agli anni Settanta, con i suoi grandi divani bianchi e i manifesti senza cornice attaccati alle pareti.

Pochissimi, nel cinema non solo italiano ma mondiale, sono riusciti come lui a mescolare letteratura e immagine, melodramma e politica, trasgressione e romanticismo.

Ora se ne è andato, e con lui abbiamo perso un pezzo di quella bellezza e poesia che fanno del mondo un posto dove vivere, in fondo, non poi così male. Perché con la poesia Bernardo Bertolucci, figlio del grande poeta Attilio, aveva un rapporto speciale.

In quell’intervista disse una frase che mi è rimasta impressa, un concetto che il regista di tanti capolavori (“Novecento”, “Ultimo tango a Parigi”, “L’ultimo imperatore”, “Piccolo Buddha”, “Il conformista”, forse il suo film più bello) riprese in molte occasioni, evidentemente perché diceva molto di lui: «Sono cresciuto in mezzo alla poesia, per via di mio padre Attilio. È lui che me l’ha fatta scoprire. Non in modo scolastico, era qualcosa che faceva parte della mia quotidianità. Ricordo una poesia di mio padre che leggevo da bambino, “La rosa bianca,” dedicata a mia madre: “Tu sei come la rosa bianca che sta in fondo al giardino…”. Io avevo 6 anni, andavo in fondo al giardino, ed ecco: lì c’ era la rosa bianca. La poesia conviveva con la realtà».

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