Kamut: sappiamo che stiamo mangiando una marca?

Kamut: sappiamo che stiamo mangiando una marca?

Avete mai notato quella piccola “R” a fianco del nome sull’etichetta? Quando decidiamo di comprare del Kamut sappiamo che stiamo in realtà comprando un marchio?

Il nome comune del grano che la maggior parte di noi conosce come Kamut è Khorasan (triticum turanicum), varietà da sempre coltivata in Medio Oriente.

A metà degli anni ’70 Bob Quinn, agricoltore, decide di associare a questa qualità di grano il nome “Kamut”, dopo aver letto questa parola in un dizionario sui geroglifici dell’antico Egitto, che traduceva, appunto, il nome del grano.

Negli anni ‘90 registra il marchio e da quel momento chi vuole utilizzarlo può farlo solo alle condizioni della Kamut International, che prevedono tra l’altro che il grano Khorasan sia “coltivato secondo il metodo biologico, mai ibridato o geneticamente modificato”, come chiarisce il sito della società. L’adesione al disciplinare, garantisce l’azienda, è anche una tutela per consumatori e per i contadini stessi.

Come spiega il chimico Dario Bressanini sul suo Blog e sul suo libro “Le bugie nel carrello” (Chiarelettere), “qualsiasi agricoltore, anche in Italia, può seminare il grano Khorasan, ma non lo può chiamare Kamut. Il valore commerciale del suo raccolto finisce così per essere talmente basso da non ripagare gli svantaggi della coltivazione, tra cui principalmente le basse rese”.

Questo perché il marchio, essendo più conosciuto e abilmente commercializzato, la fa da padrone sugli scaffali dei supermercati.

Il Kamut ha un grande successo, specialmente in Italia, che è il primo mercato europeo.
In generale, dai consumatori viene associato a una maggior digeribilità, a un sapore diverso rispetto ad altri grani commerciali ed è ricco di proteine, qualità che potrebbe aver mantenuto per non essere stato sottoposto a ibridazioni industriali, come successo ad altri grani.
Geneticamente non è molto diverso dal grano duro e non è privo di glutine, per cui non è adatto ai celiaci.

Si tratta comunque di caratteristiche presenti anche nel suo omologo “no-logo” grano Khorasan, che non viene coltivato secondo il disciplinare dell’azienda di Quinn ma che può comunque essere coltivato con metodo biologico o con alcuni accorgimenti e che viene coltivato anche in alcune zone del sud Italia.

Non si tratta di una presa in giro del consumatore, la Kamut International è chiara: spiega che il brand e il disciplinare collegato hanno lo scopo di tutelare l’origine del grano, la qualità e il metodo di coltivazione. Si tratta semplicemente, come spiega anche Bressanini, di una buona strategia di marketing che ha permesso di associare il marchio Kamut a un tipo di grano che avrebbe anche un altro nome.

E’ giusto però conoscere cosa abbiamo nel piatto e sapere anche da dove arriva: come spiega il sito dell’azienda di Quinn, il Kamut viene coltivato quasi tutto negli Stati Uniti e in Canada, viene importato in Europa e lavorato – anche in Italia – per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati.

Se ci crucciamo nella ricerca di alimenti biologici e a km 0, senza accorgerci, abbiamo fatto il giro del mondo per un pacchetto di grissini.

Non sarebbe meglio pensare di coltivarlo anche in Italia? Lo stesso Quinn, l’inventore del marchio Kamut, in una intervista al Sole24Ore di qualche anno fa, se lo augurava (e qualche azienda oggi ci sta lavorando): “Mi piacerebbe si sviluppasse in Italia una filiera completa, anche no-branded (senza marchio) ma biologica, perché l’effetto contaminazione è il primo veicolo per diffondere una cultura ecosostenibile. Il grano Khorasan biologico è oggi una piccolissima nicchia nel mondo che ha titolo per ambire a crescere”.

 

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