Il frutto della vanità

Lokanath Swami aveva deciso di far fermare Krishna e di dare a Care for Cows l’onore di ospitarlo a Vrindavana. Il giorno in cui il Padayatra era ripartito, Krishna si era infastidito per essere stato escluso e dato che stavo tenendo in mano la corda con cui era legato, incolpò me per la sua disgrazia. Avrebbe voluto essere con gli altri tori e soprattutto voleva tirare il carro di Sri-Sri Nitai-Gaurasundar.

Dal momento che era l’unico toro di razza Kankraj che si trovava a Vrindavana, in breve tempo le persone gli diedero il nome Bara Singh Walla (Grandi Corna). Più di una volta gli uomini anziani che guidavano i trattori si erano fermati a chinare il capo in segno di rispetto davanti alla sua maestosa presenza. I suoi dieci anni di divina fatica sulla strada gli avevano fatto guadagnare del rispetto, come sottolinea l’affermazione delle Scritture:

A colui che possiede delle qualità trascendentali, grazie al suo comportamento favorevole amichevole con Dio, la Persona Suprema, tutti gli esseri viventi offrono il loro omaggio, proprio come per natura l’acqua scorre verso il basso.

(SB 4.9.47)

Krishna sapeva di essere speciale e si sentiva offeso quando veniva trattato come un essere comune. Gli ci vollero dei mesi per acclimatarsi e lui molte volte era più che indisciplinato. Nel tentativo di tranquillizzarlo, avevamo pensato di costruire un carretto per potergli far svolgere un lavoro leggero, dato che era abituato a percorrere una ventina di chilometri al giorno. L’idea piacque a tutti, così iniziammo subito e il giorno in cui il carretto fu terminato chiesi a Jaya Vijaya, che era stato con Krishna al Padayatra per diversi anni, di aiutarci a portare Krishna in giro per Raman Reti.

Come in un sogno, nella mia mente era apparsa l’immagine di questo nobile toro, fastosamente inghirlandato di fiori e di campanelle di ottone, che si muoveva impettito lungo la strada di Vrindavana con centinaia di occhi ammirati che prima si posavano su di lui e poi su di me, che troneggiavo con orgoglio sul carretto e tenevo le redini nella mano sinistra ed elargivo benedizioni a tutti con la mano destra, mentre petali di fiori scendevano dai cieli.

Quando cercammo di legarlo, Krishna resistette con fermezza, ma dopo una lotta di una ventina di minuti, quattro di noi riuscirono a farcela. Arjuna era seduto sul carro, Rama Babu camminava accanto a lui tenendo in mano la corda, ed io e Jaya Vijaya li seguivamo.

Dal momento che Krishna era abituato a portare Dio, la Persona Suprema su un carro intagliato a mano e in legno di tek, trovava che non era necessario trasportare un comune mortale su un carretto di legno di mango. Per mostrare la sua insoddisfazione, partì a tutta velocità facendoci urlare in coro a tutti e quattro. Io correvo dietro al carro mentre un angosciato Jaya Vijaya era rimasto indietro e si teneva la mano sulla sua ernia. Quando Krishna raggiunse la strada principale cercò di trascinare il carretto verso due tra i più grandi alberi di nim che fiancheggiavano la strada, ma Ram Babu tirò la corda giusto in tempo per farlo deviare. Sbuffando di irritazione, Krishna si lanciò al galoppo, agitò selvaggiamente le corna e si avventò contro il traffico di auto, biciclette, tricicli e risciò che si sparpagliarono dappertutto. Quel giorno la Provvidenza fece in modo che tutti i conducenti spericolati ricevettero quello che si meritavano! Per la strada delle grida disperate avvertirono tutti che Bara Singh Walla era impazzito. I bambini che facevano i loro bisogni sul ciglio della strada si tirarono su i pantaloncini fino alle ginocchia e senza nemmeno pulirsi si nascosero dietro gli alberi temendo per la loro vita. La bilancia di metallo di un venditore di manghi sbatté con fragore sulla strada mentre lui cercava di portare freneticamente in salvo il suo carretto. Sotto un albero, un uomo con il viso completamente insaponato cadde dalla sedia del barbiere e fuggì con ancora addosso l’asciugamani.

Rama Babu aveva circa sessant’anni, ma riuscì a mantenere il passo sapendo che se avesse lasciato la corda, Krishna avrebbe scatenato la sua furia. Anche Arjuna tirava disperatamente la coda di Grandi Corna nel tentativo di farlo rallentare, ma riuscì solo a far aumentare la sua collera.

Mentre Krishna si avvicinava al sentiero del Parikrama, pellegrini, venditori di verdure, carri trainati da cavalli e bambinette che accompagnavano i loro fratellini fuggirono in tutte le direzioni. Le donne del villaggio lasciarono cadere i carichi dalla loro testa e urlarono in vari toni riempiendo l’etere di paura e di panico.

Due uomini su un motorino che con poco riguardo schivavano gli inferiori pedoni e le biciclette a colpi di clacson, entrarono spavaldi sulla strada senza sapere che la loro superiorità sarebbe stata presto umiliata. Uno di loro spalancò gli occhi e i suoi denti macchiati di betel cominciarono a tremare. Grandi Corna li mancò per pochi centimetri … il conducente scoprì imbarazzato di essersi bagnato i pantaloni.

Mentre il carretto sfrecciava sotto la Bhaktivedanta Swami Gate, le vene del collo di Arjuna si gonfiarono per avvertire tutti del pericolo: “Bara Singh Walla pagal ho gai!” (Grandi Corna e’ impazzito!) Rama Babu, mettendo a rischio la sua vita, coraggiosamente corse a fianco del toro inferocito e tirò la corda per cercare di rallentare la sua corsa.

Ignari di tutto tranne che delle loro orecchie e dei loro genitali, tre giovanotti in un risciò motorizzato vagavano nel mezzo di un’ampia strada, le loro braccia aperte erano fuori dal veicolo e cantavano al ritmo di una canzonetta da film che il loro registratore faceva martellare nelle orecchie in modo inquietante. Sul retro del loro veicolo a tre ruote c’era la scritta “Il Re della strada” e mentre il guidatore si sporse per decorare orgogliosamente l’asfalto di saliva rossa al betel, con la coda dell’occhio intravide il toro infuriato che galoppando stava per raggiungerli. La festa era finita.

La Provvidenza distrusse le loro illusioni di grandezza e fece si che il loro regale veicolo venisse spazzato via da un semplice carretto trainato da un toro. L’incidente fece azzittire la loro canzone e poi ribaltare il veicolo. Grida e stridore di pneumatici presero brevemente il sopravvento prima che il veicolo distrutto, fumando, si schiantasse su un fianco. Sparsi sull’asfalto: degli occhiali da sole, un pettine unto, dei vetri rotti, una murti di Ganesh di plastica, un orologio Seiko di imitazione, un pacchetto di bidi marca 555, delle audio-cassette, una foto a mezzo busto di un’attrice di cinema di Bombay che mostrava la sua scollatura, una chiazza di benzina e le speranze infrante dei tre attoniti Bollywoodiani.

Krishna rimase deluso dal fatto che l’impatto non lo avesse liberato dalla sua schiavitù e con ancora più collera si girò, fece un’ampia inversione a U e si diresse verso la Bhaktivedanta Swami Gate per cercare qualcosa da colpire. Ma per fortuna perse l’equilibrio, cadde in ginocchio e nel tentativo di alzarsi, girò su sé stesso e si attorcigliò alle corde, e poi si ritrovò impigliato su un fianco e prese a muggire furiosamente. Il carro e il suo enorme corpo ansimante provocarono un blocco stradale e le auto che viaggiavano in entrambe le direzioni cominciarono ad accumularsi e a suonare i clacson. Centinaia di curiosi si radunarono immediatamente per urlare in hindi, lingua che si presta facilmente a esclamazioni acute.

La zampa posteriore di Krishna era rimasta intrappolata dalle corde e mentre cercavo di liberarlo per fare in modo che potesse reggersi sulle zampe, una venditrice mi mostrò il pugno mentre raccoglieva delle lattine di bibite che rotolavano sul selciato. I camionisti e i loro malmessi assistenti scesero dai loro bestioni stridenti e fumanti e mi urlarono in coro per spingermi a liberare il passaggio; le loro bocche spalancate emettevano oscenità miste a saliva rossa, gengive gonfie e denti rossi e marci. I principi detronizzati urlavano freneticamente, uno indicava il cielo con la sua lunga unghia rossa mentre mi faceva balenare davanti agli occhi il gomito sanguinante, l’altro mi mostrò un ginocchio spellato che sporgeva dai suoi calzoni Levis di imitazione strappati, il terzo con il suo kurta malridotto pretendeva che io lasciassi perdere tutto e mi occupassi solo di loro. Un pandemonio.

Nonostante il caos riuscimmo a sollevare Krishna e ci vollero quattro mani per imbrigliarlo. Poi lentamente lo accompagnammo alla goshalla mentre erano forse una quindicina gli opportunisti che ci seguivano per cercare di capire come poter guadagnare qualcosa dai loro graffi, strappi e ammaccature.

Quando arrivammo, i mandriani riempirono le mangiatoie con dell’erba fresca e, dopo essere stato slegato, Krishna si avvicinò con calma al suo nuovo capanno e cominciò a mangiare la sua parte di erba proprio come se nulla fosse successo. Mentre mi stavo avvicinando per castigarlo, lui liquidò il mio tentativo intimidatorio chiudendo gli occhi e puntando il suo viso verso di me, mentre serafico mangiucchiava del trifoglio fresco.

Dopo averlo inghiottito, il suo sguardo penetrante si espresse con fermezza:

Non cercare MAI PIU’ di usarmi per aumentare il tuo falso prestigio.

rajasas tu phalam duhkham

L’azione compiuta sotto l’influenza della passione conduce alla sofferenza.

(Bhagavad-Gita 14.16)

(Nota finale: Sappiate per certo che l’esclusivismo, la temerarietà, l’auto-indulgenza e il desiderio di grandezza sono tutti prodotti del raja guna e chi vi si dedica troverà la sofferenza. Non ci sono eccezioni.)

Kurma Rupa das

(dal sito Care For Cows)

The post Il frutto della vanità appeared first on VaisnavaLife.com.

https://ift.tt/2Mn44qS

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.